
Werner Bischof: uno sguardo attuale in bianco e nero
Fino al prossimo 18 ottobre 2026, il Museo Diocesano di Milano presenta la mostra Werner Bischof-Point of View. A 110 anni dalla nascita del fotografo svizzero offre ai visitatori un’ampia panoramica sulla sua vita e sulla sua opera. Bischof è sicuramente tra i più importanti fotoreporter del XX secolo e ha fatto parte dell’agenzia Magnum Photos dal 1949.
Le 200 fotografie vintage originali esposte, affiancate da una serie di contact sheets (provini) e un documentario, testimoniano l’attualità dello sguardo di Werner Bischof capace di entrare in sintonia sia con la realtà dai grandi avvenimenti storici sia con fatti spiccioli della quotidianità. Va aggiunto, lo si percepisce dalle opere, il suo impegno a evidenziare il senso più profondo delle cose.
Il percorso di visita si articola in quattro sezioni che ripercorrono cronologicamente le tappe della carriera del fotografo:
- Svizzera 1932-1944ovvero gli anni della formazione e delle sperimentazioni;
- Europa 1945-1950l’impegno a fotografare dell’Europa devastata dalla Seconda Guerra Mondiale;
- Asia 1951-1952riunisce gli scatti dei reportage in India, Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina;
- Nord e Sud America 1953-1954 racchiude le ultime opere di Bischof ambientate nel continente americano.
Nato a Zurigo nel 1916 e scomparso a Trujillo, in Perù, nel 1954 Bischof si distingue dai colleghi per il suo approccio umanistico che unisce all’ attenzione documentaria dello scatto la costruzione formale dell’immagine e, soprattutto, un profondo rispetto per la dignità umana.

Figlio di un imprenditore di successo non ha voluto entrare nel mondo degli affari, dopo aver frequentato l’accademia di Belle arti, ha pensato di darsi alla pittura e per questo si è trasferito a Parigi. L’avvento della guerra lo ha indotto a rientrare in Svizzera, lì è cominciato il suo rapporto con la fotografia. Le prime foto come si vede nella mostra sono costruite, sono una composizione attenta all’equilibrio formale e una sperimentazione di tipo artistico.Bischof, lo rivelano i suoi diari, accompagnava il lavoro fotografico con annotazioni, schizzi e disegni.
Alla fine della Seconda guerra mondiale (1945-1950) cominciò a viaggiare per l’Europa: documentando le distruzioni, le macerie e allo stesso tempo il desiderio di ricostruzione dei sopravvissuti in Francia, Italia, Olanda, Polonia e soprattutto Germania.
Le sue fotografie, nonché il suo talento, indussero noti colleghi come Robert Capa e Henri Cartier-Bresson a chiedergli di far parte dell’Agenzia Magnum.
Per la Magnum Werner si recò Oriente, in India, nel 1951, per far conoscere la tragedia della carestia, in Giappone dopo bomba atomica, infine la Corea minacciata da un nuovo conflitto mondiale. Nel 1952 è in Vietnam per Paris Match per documentare il conflitto tra i francesi e le forze nazionaliste vietnamite, ma (lo racconta il figlio Marco) rinuncia a stare su fronte di guerra va all’interno dove si ferma in un villaggio. Il luogo è deserto, tutti sono chiusi in casa. Bischof si siede per strada e comincia a disegnare suscitando la curiosità dei bambini a cui regala i suoi disegni. Improvvisamente gli si schiudono le porte e riesce a fare un reportage unico e ricco di empatia sulla vita delle famiglie del villaggio.
Bischof non si considerò mai un fotoreporter, uno che scattava a raffica, semmai si sentiva più un artista, d’altronde quella era la sua formazione, interessato a cercare l’uomo, in ogni condizione e contesto. Nelle sue foto, come testimonia il figlio Marco, cercava il bello e il vero di ogni essere umano.
Nel 1954, partì per l’America era già stato negli Usa e voleva raggiungere la Terra del fuoco, uno dei luoghi che gli interessavano maggiormente. A Cuzco, Perù, scattò un’immagine icona: un bambino che suona il flauto lungo la via sacra degli Incas. Una foto che sarebbe diventata il suo testamento artistico e spirituale. Una fotografia non scattata per impulso, cercata con il solito equilibrio tra forma e contenuto per restituire il senso profondo dell’immagine, poiché per Bischof la fotografia era un atto di responsabilità.
Fu l’ultimo reportage Werner Bischof, un incidente stradale sulle Ande gli costò la vita, aveva 38 anni.
La mostra è curata da Andréa Holzherr, Tania Kuhn e Marco Bischof.



