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25 Aprile? A destra sordità acuta

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Il Venticinque Aprile è passato preceduto da intense polemiche su fascismo e antifascismo e con un’altra dimostrazione di insofferenza dell’attuale potere governativo ad accettare critiche sul regime cancellato 79 anni fa.

Il Presidente Mattarella ha reso onore a quella data con la presenza davanti all’Altare della Patria per poi recarsi in Toscana, a Civitella Val di Chiana dove il 29 giugno del 1944 i nazisti insieme ai camerati fascisti trucidarono 244 persone.

In quel paese ha pronunciato un lungo e commovente discorso privo di luoghi comuni, in difesa della Repubblica antifascista nata con la Resistenza.

La Meloni, presidente del Consiglio, ha fatto un formale atto di presenza all’Altare della Patria insieme al presidente del Senato La Russa e altri membri del governo. Avrebbe potuto recarsi a Sant’Anna di Stazzema per porgere omaggio a quella metà di abitanti, figli e nipoti dei martiri della strage nazista, che l’hanno votata alle “politiche”.

Uno dei suoi vice premier, Antonio Tajani si è invece recato alle Fosse Ardeatine per rendere omaggio alle vittime di quell’eccidio. Mentre l’altro vice, Matteo Salvini, ha dovuto ignorare ogni manifestazione, per impegni “molto più importanti”: la presentazione a Milano del suo libro e l’annuncio che il generale Vannacci si è candidato alle elezioni europee.

La nostra capo del governo ha ritenuto opportuno di restare in assoluto silenzio. Ma quando vuole è capace di intervenire con molta veemenza nelle manifestazioni politiche che le stanno a cuore. Per esempio come ha fatto in Spagna ai raduni di Vox, il movimento dell’ultra destra franchista; negli attacchi ai giornalisti non allineati o quando pensa di metter mano alla Costituzione.

Dobbiamo rassegnarci: ormai lei e i suoi gregari di Fratelli d’Italia non pronunceranno mai la parola antifascismo. Eppure in realtà la Meloni non c’entra niente col fascismo. È nata nel 1977, quindi non ha avuto niente da spartire con i neofascisti di allora e le loro azioni.

Resta il fatto che a quasi ottant’anni dalla nascita della Repubblica democratica, l’ombra pesante del fascismo continua a incombere sull’Italia come un male incurabile.

Le responsabilità vengono da lontano, dai governi democratici che hanno tollerato sin dal dopoguerra gli indomiti “cultori” di quella dittatura, permettendo anche la loro permanenza nelle istituzioni della Repubblica.

Facendo riferimento alla Storia di quei tempi, ho raccolto alcuni episodi emblematici. Uno di questi riguarda la fuga nell’immediato dopoguerra di numerosi gerarchi nazisti tra i quali Adolf Eichmann, Martin Borman, il medico della morte Josef Mengele, Erich Priebke e tantissimi altri.

Passarono tutti da Merano rifugiandosi per alcuni giorni nel Castel Labers, dove venivano forniti di passaporti falsi per poi essere accompagnati a Genova. Da qui si imbarcavano per il Sud America, l’Argentina, il Cile, il Paraguay e altre nazioni “ospitali”.

L’organizzatore di queste fughe era un Vescovo austriaco, Alois Hudal, capo per 30 anni della congregazione austro tedesca di Santa Maria dell’Anima, a Roma. Agiva con l’aiuto del Vaticano, della Croce Rossa e una rete di complici formata da altoatesini che si consideravano “non italiani” e di fascisti mimetizzatisi nella massa dei dipendenti pubblici.

Su questo episodio la storiografia ufficiale italiana ha calato un velo d’ombra. Se ne occupò invece lo storico americano Michael Phayer professore dell’università di Milwaukee il quale nel suo libro La Chiesa cattolica e l’olocausto, chiamò in causa Pio XII e l’allora segretario di Stato Montini affermando che erano al corrente dell’operato di Hudal.

Il primo a indagare sulle fughe dei nazisti fu un militare russo che subito dopo la conquista sovietica della città prussiana di Königsberg, ebbe l’incarico di fingersi un tedesco in fuga e indagare sul vescovo.

A quell’epoca il governo italiano era a conoscenza di quelle fughe? È difficile saperlo perché l’Italia era occupata dagli alleati e il porto di Genova dipendeva da loro. Inoltre doveva pensare alla ricostruzione del Paese e al ripristino della democrazia.

Nonostante il rapido rinnovamento democratico, non ci fu un grande desiderio di epurare i fedeli servitori dello Stato fascista.

È emblematica la carriera del giudice Gaetano Azzariti di cui ho già accennato in passato, che rappresenta il simbolo delle carriere di tanti alti funzionari e militari appartenuti al regime.

Nel 1939 Azzariti venne nominato presidente del famigerato Tribunale per la difesa della razza che decideva sulle discriminazioni razziali imposte dalle leggi antisemite. Mantenne quell’incarico sino alla caduta del fascismo del ’43.

Dopo la liberazione di Roma del giugno ’44 venne aperta un’inchiesta sul suo conto. Ne parla lo storico britannico John Foot nel suo libro L’Italia e le sue storie (che consiglio di leggere).

«Il procedimento consisteva in un questionario piuttosto bizzarro – scrive Foot – nella cui domanda N° 16 gli veniva chiesto se avesse fatto parte di uffici o commissioni razziali. Rispose di no e che aveva fatto parte di una commissione tecnico-giuridica composta da magistrati». Disse che il suo compito era quello di salvare gli ebrei. In realtà «risultava che avesse fatto soldi a palate versati dalle famiglie israelite per salvarsi», prosegue Foot. Venne riammesso nei ranghi della magistratura, proprio quando Togliatti era ministro della Giustizia.

Lo ritroviamo nel 1955 alla nascita della Corte costituzionale come giudice indicato dal presidente della Repubblica il democristiano Giovanni Gronchi. È da segnalare che questi era stato sottosegretario al ministero dell’Industria durante il primo governo Mussolini, appoggiato dal Partito popolare (cattolico) e dai liberali. Con Azzariti c’erano altri tre giudici provenienti dalla magistratura fascista.

Con la scelta di Azzariti il presidente della Corte, Enrico De Nicola, si dimise e il suo posto fu assegnato proprio a quel magistrato. Pertanto il presidente di un tribunale fascista diventava il capo di una importante istituzione democratica. Difatti la Corte di allora tendeva a respingere tutte le istanze progressiste. Morì nel 1963 e Napoli, la sua città, gli dedicò una strada.

Come Azzariti quasi tutti i funzionari della dittatura furono riammessi nelle alte cariche ello Stato democratico. Persino Guido Leto direttore dell’Ovra, la famigerata polizia politica. Gli affidarono la direzione delle scuole di polizia. Ne vediamo ancora i risultati.

L’ultima, più recente e che fa rabbrividire, riguarda Riccardo Illy, l’imprenditore dell’omonimo caffè. Deputato del Partito democratico, sindaco di Trieste e poi presidente del Friuli-Venezia Giulia, propose di cancellare la ricorrenza del 25 aprile e di sostituirla con la “Festa della primavera”.

Alla manifestazione di giovedì a Milano hanno partecipato in centomila, disturbati da poche centinaia di “rottami dell’estremismo”, come li ha definiti Michele Serra.

Lo stesso giorno del 1994, con Berlusconi al governo, per la festa della Liberazione erano un milione, provenienti da tutta la Lombardia. Sfilarono sotto una pioggia battente, unico elemento di disturbo.

E ci domandiamo ancora perché il fascismo non è mai morto!

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