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Il fascismo italiano? Non è tornato perché è sempre rimasto

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“Vivo il paradosso di essere nato sotto il fascismo e di sapere che morirò sotto il fascismo”. La frase appartiene al sociologo Franco Ferrarotti pronunciata durante una recente intervista. Ferrarotti, il padre della sociologia italiana, ha 97 anni che porta benissimo e gli auguro di raggiungere e superare l’attuale età di Edgar Morin, che di anni ne ha 102, il grande e lucidissimo filosofo francese ancora presente nel mondo della cultura, al quale accomuno il sociologo italiano.

Anch’io sono nato durante il fascismo, ma alla fine, quando quella dittatura si era avviata verso il declino portando con sé guerra e distruzione. E confesso di aver avuto anche la tessera del fascio, con sopra scritto il mio nome e cognome, che venne consegnata a mio padre. Ad appena pochi mesi – quando pronunciavo appena le parole babbo, mamma e pappa, appartenevo già ai “figli della lupa”, mentre mio fratello di otto anni più grande di me era “balilla” e possedeva il fucile – modello ’91 in scala ridotta e innocuo – consegnatogli a scuola gratuitamente insieme al volume di “mistica fascista”. Erano gli emblemi del motto “libro e moschetto fascista perfetto”.

Il pensiero di Ferrarotti rimane un paradosso perché il fascismo è quello nato 100 anni fa, dopo la terribile Grande guerra, con il principale intento di soffocare le rivolte operaie che la borghesia e il capitalismo liberali temevano fossero portatrici in Italia del bolscevismo sovietico. Quella paura era alimentata dalla parola “rivoluzione” che i socialisti diffondevano in continuazione senza aver mai pensato di attuarla veramente.

Oggi in Italia si può parlare del ritorno di quel fascismo? Timori di una rivoluzione “bolscevica” non esistono, anche perché il bolscevismo sovietico si è suicidato da tempo. È scomparso anche il comunismo e in Italia il suo erede è diventato un partito social-democristiano. Da noi quindi è forse preferibile parlare di totalitarismo come tendenza di un governo con grandi simpatie verso l’Ungheria con un regime che il primo ministro Orban definisce “democrazia illiberale”; anche verso la Polonia molto simile nel soffocare le libertà democratiche. Certe simpatie andavano anche verso la Russia di Putin: un attuale vice presidente del Consiglio italiano sino a poco tempo fa indossava magliette con l’immagine dell’autocrate russo, eliminate per convenienza, dopo l’invasione dell’Ucraina.

Per quanto riguarda il fascismo italiano non si può parlare di una ricaduta perché il nostro Paese non ha mai rotto definitivamente i ponti con l’ideologia mussoliniana paragonabile ai topi della Peste di Camus che si nascondono per poi riapparire e diffondere “l’epidemia” quando le condizioni socio politiche lo permettono.

In Italia la classe politica nata da una Resistenza voluta da tutti i partiti antifascisti, con una democrazia sostenuta dalla “più bella costituzione del mondo” non ha voluto e saputo cancellare il fascismo con le nostalgie rimaste in alcuni milioni di italiani appartenenti a quella piccola borghesia che nel regime passato accorreva in piazza Venezia ad ascoltare le smargiassate del duce; che si appagava dei raduni e delle marce del sabato in camicia nera, dell’impero conquistato con il massacro degli etiopi.

La Democrazia Cristiana, preso il potere con le elezioni del 1948, ha mantenuto ai loro posti e ha promosso i prefetti, i questori del fascismo, i magistrati compromessi col regime come il presidente del Tribunale della razza, Gaetano Azzariti, divenuto presidente della Corte costituzionale. Nel ’48 gli ex partigiani entrati nella polizia vennero cacciati mentre rientrarono gli ex appartenenti alla milizia fascista. Chi era sospettato di essere comunista o socialista non poteva entrare nelle forze dell’ordine o fare l’ufficiale di complemento durante il servizio militare obbligatorio.

Nel dopoguerra si permise la nascita del Movimento sociale i cui leader provenivano dal passato regime e dalla Repubblica di Salò. Questo partito nel 1960 entrò nel governo del democristiano Tambroni provocando in tutto il Paese le reazioni delle sinistre e di tutti coloro che credevano nella democrazia. La città di Genova manifestò per prima seguita da tante altre città dove i neofascisti erano usciti dalle tane. A Livorno ci fu una insurrezione quando i parà della Folgore, dopo aver sfilato per la città si radunarono in piazza Grande facendo il saluto fascista.

Le sinistre definivano la DC un partito clerico-fascista. E non avevano tutti i torti: tante leggi del vecchio regime rimasero per anni nei codici e vennero eliminate goccia dopo goccia a partire dai primi degli Anni ’60 con i socialisti nel governo. Il regolamento di pubblica sicurezza del 1931, dell’era fascista, è rimasto intatto sino al 1975 anno in cui sono partite le modifiche di cui l’ultima risale al 2010.

Risale sempre al ‘75 il nuovo diritto di famiglia che finalmente, dopo trent’anni di Repubblica, sostituiva quello fascista. Eccone alcuni esempi: il marito era il capo assoluto della famiglia. Per esempio una donna sposata che chiedeva il passaporto doveva avere il consenso scritto del coniuge. Nel nuovo venne abolita la legge sul delitto d’onore che condannava a soli 4 anni di reclusione l’uomo che uccideva la moglie fedifraga. Non valeva per il contrario. Il diritto penale prevedeva anche il carcere per la moglie che aveva un amante – vedi il caso della Dama Bianca, Giulia Occhini, che lasciò la famiglia per unirsi a Fausto Coppi. Dopo un breve periodo di carcere, le fu tolto il passaporto e condannata al domicilio coatto obbligatorio presso una zia.

E la censura? Lavorava molto anche con l’aiuto della Chiesa di Papa Pacelli contro il cinema neorealista dei grandi registi. Ma anche sui film stranieri: la proiezione di All’Ovest niente di nuovo, film sulla prima guerra mondiale prodotto in America nel 1936, fu permessa nel 1956. Anche il film Il grande dittatore di Charlie Chaplin, premiato con l’Oscar nel 1941, subì la censura nell’Italia “democratica”. Venne tagliata la scena in cui accanto a Hitler appariva Benito Napoloni (Mussolini), “per riguardo alla vedova”, donna Rachele, ancora in vita.

Tutto questo potrebbe essere considerato una coda del fascismo che faceva comodo ai governi reazionari e paternalistici della DC. Alla fine degli Anni 60 in poi, con i governi alleati ai socialisti è arrivato il neofascismo, quello nostalgico della seconda generazione che non aveva vissuto la dittatura mussoliniana. Eppure si era rivelato molto più pericoloso per i suoi legami con i servizi segreti nazionali e esteri (vedi CIA) manovrati da potenti forze occulte che contrastavano il centrosinistra e il cammino, seppure lento, del progresso dell’Italia verso la democrazia, accompagnato dall’avanzata del PCI. Fu il periodo degli attentati, da piazza Fontana in poi che avrebbero dovuto essere la premessa di una dittatura (vedi la loggia massonica P2).

Dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine del comunismo internazionale, l’Italia ha avuto governi di sinistra, in alternanza col fenomeno berlusconiano, che però hanno fatto poco per cambiare veramente il Paese. Mancava al loro interno la compattezza della maggioranza divisa da lotte intestine.

Infine arriviamo ai giorni nostri con un governo di estrema destra, pieno di nostalgici del fascismo, che mascherano a malapena. È un governicchio formato da incapaci, da amici fedeli, da familiari della premier, che hanno come primo obiettivo quello di occupare le istituzioni e i mezzi d’informazione come hanno fatto con la Rai dando pessimi risultati. Hanno vinto le elezioni grazie a una legge elettorale voluta dal PD di Renzi e alla memoria perduta dagli italiani che li hanno votati.

Copertina: Una caricatura di Hitler e Mussolini nel film Il grande dittatore

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