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La Namibia piccolo-grande Paese africano dove ha vinto la democrazia

Tempo di lettura: 4 minuti

Il nome di uno dei Paesi più belli del mondo deriva dal deserto del Namib, considerato il deserto più antico del mondo. Il deserto è la sua dimensione più vera; basti pensare che oggi la Namibia conta circa 2,6 milioni di abitanti che vivono su un territorio di oltre 800 mila kmq, quasi tre volte quello dell’Italia.

Bassissima densità della popolazione in presenza, però, di molte etnie che hanno convissuto non sempre pacificamente tra loro: San, Damara, Nama, le popolazioni originarie della vasta regione del sud ovest africano, sono state spesso in conflitto tra loro e con le popolazioni bantu, arrivate nel 14° secolo, provenienti dall’Africa Centrale.
La storia della Namibia presenta aspetti veramente particolari: prima dell’indipendenza nel 1990, l’area era conosciuta fino alla prima guerra mondiale come Africa sud-occidentale tedesca (Deutsch-Südwestafrika), poi come Africa sud-occidentale, protettorato della corona britannica che ne aveva affidato la gestione al Sud Africa.

Durante la seconda guerra mondiale, pur sotto controllo formale britannico, la numerosa minoranza tedesca, discendente dai primi coloni europei, appoggiata dai boeri sudafricani, sostenne concretamente il nazismo fornendo supporto agli UBoot oceanici nel porto di Luderitz e, dopo la guerra, ospitando nazisti in fuga dalla Germania.

Questo retroterra culturale, caratterizzato anche dalla forte presenza di fanatici religiosi a partire dal 18° secolo, non poteva che risolversi in una brutale oppressione delle popolazioni originarie, come nel 1904 quando Herero e Nama si armarono contro i presidi militari tedeschi a causa dei soprusi e della continua usurpazione delle poche terre adatte all’agricoltura e alla pastorizia, soffrendo il “primo genocidio del ventesimo secolo”. Furono uccisi 10.000 Nama, metà della popolazione e ben 65.000 Herero, l’80% della popolazione, perché i funzionari governativi tedeschi perseguirono scientemente l’estinzione degli indigeni.

I sopravvissuti, finalmente liberati dalla detenzione, furono deportati, inviati ai lavori forzati, in un regime di segregazione razziale e discriminazione che anticipava in molti modi l’apartheid realizzato in Sudafrica nel 1948. Il Sudafrica aveva occupato il Paese nel 1915, dopo aver sconfitto le forze tedesche durante la prima guerra mondiale, e amministrò il territorio come una sua provincia de facto.

Durante i decenni di occupazione tedesca e sudafricana della Namibia, gli agricoltori bianchi, la maggior parte dei quali provenienti da Sudafrica, lo 0,2% della popolazione nazionale, arrivarono a possedere il 74% della superficie seminativa! Invece, all’esterno della zona centrale-meridionale della Namibia (conosciuta come “zona di polizia” dall’epoca tedesca), che conteneva le principali città, industrie, miniere e migliori terre coltivabili, il Sud Africa disegnò le “homelands” dove relegò le varie etnie, incontrando, però, una forte e determinata resistenza.

Nel 1960, a New York, fu costituita la SWAPO (South West African People’s Organization) che per circa 30 anni svolse il ruolo di catalizzatore della rivolta contro la presenza sudafricana e il loro sfruttamento delle ingenti risorse naturali namibiane. La SWAPO fu sostenuta principalmente dall’MPLA (Movimento Popular de Libertaçao da Angola) e dall’ANC (African National Congress), il movimento sudafricano di lotta all’apartheid. I due movimenti, angolano e sudafricano, collaboravano strettamente e l’Angola ospitava e addestrava i combattenti sudafricani che per i loro spostamenti clandestini percorrevano le zone desertiche del Kalahari e del Namib. Il Territorio divenne così un terreno di scontro militare poiché l’esercito sudafricano dava la caccia ai militanti dell’ANC.

Questa fase rappresenta un capitolo doloroso per la Namibia poiché a guidare i militari di Pretoria erano i cacciatori San, i boscimani, che spesso inconsapevolmente collaboravano alla cattura e all’uccisione dei militanti dell’ANC mentre la SWAPO forniva loro appoggio logistico. Ai grandi crimini di cui l’allora regime sudafricano si macchiò, va aggiunto quello, commesso pochi anni prima dell’indipendenza namibiana, dell’uccisione delle guide San che potevano costituire un elemento di prova dei crimini commessi ai danni dei militanti neri in fuga dall’apartheid.

La Costituzione, adottata dalla Namibia nel febbraio 1990, tutelando finalmente i diritti umani, ha riconosciuto a tutte le etnie il diritto alla compensazione per le espropriazioni statali subite e ha istituito un giudice indipendente, un legislatore e una presidenza esecutiva mentre l’assemblea costituente è diventata l’Assemblea Nazionale. Il Paese è diventato ufficialmente indipendente il 21 marzo 1990. Sam Nujoma è stato nominato primo presidente della Namibia con una cerimonia a cui partecipò Nelson Mandela che era stato rilasciato dalla prigione il mese precedente e i rappresentanti provenienti da 147 paesi, di cui 20 Capi di Stato. Alla fine dell’Apartheid in Sudafrica nel 1994, alla Namibia fu restituita l’enclave di Walvis Bay, il porto di partenza di minerali e centro per la pesca molto importante.
Con l’indipendenza, la Namibia ha completato con successo il passaggio alla democrazia parlamentare. La democrazia multipartitica è stata introdotta e mantenuta, con elezioni locali, regionali e nazionali regolari. Molti partiti politici sono attivi e rappresentati nell’Assemblea Nazionale, anche se la SWAPO ha vinto ogni elezione dall’indipendenza ad oggi. Il governo ha promosso una politica di riconciliazione nazionale e promulgato un’amnistia per tutti coloro che avevano combattuto per le parti avverse durante la guerra di liberazione.

Oggi la Namibia si presenta come un Paese ricco di prospettive e opportunità anche se permangono enormi contraddizioni e sperequazioni sociali tra la minoranza bianca e le popolazioni originarie: le statistiche dicono che il Reddito Pro Capite annuo è di oltre 5.000 dollari, uno dei più alti dell’Africa, ma molti namibiani vivono ancora sotto la soglia del fatidico un dollaro al giorno e la corruzione è un problema sempre più difficile da gestire. La Namibia, però, figura tra i primi produttori mondiali di diamanti, argento, stagno, tungsteno, piombo, zinco ed è il quinto produttore mondiale di uranio. Inoltre, è un Paese talmente bello e affascinante, ricchissimo di fauna e di paesaggi mozzafiato, che non ci si deve stupire se il turismo rappresenta una voce fondamentale del suo PIL.

Il Presidente Hage Geingob, attuale Capo di Stato, in carica dal 2014, lascerà l’incarico nel 2024 e ha già lanciato la candidatura a una donna, Netumbo Nandi-Ndaitwah, attuale vice presidente della SWAPO e Ministro della Cooperazione. Se come probabile sarà eletta, una delle rarissime presidenti donne africane, a lei toccherà l’arduo compito di guidare la nazione e ha già dichiarato le sue priorità: l’equa redistribuzione delle ingenti risorse naturali e la lotta alla corruzione. I namibiani sono un piccolo popolo, ma con grandi ambizioni.

Foto: la candidata alla presidenza, Netumbo Nandi-Ndaitwah

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