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L’Italia, dal vecchio sogno del progresso al degrado di oggi simile a un suicidio

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Cinquant’anni fa e precisamente il 12 e il 13 maggio si era svolto il referendum abrogativo sul divorzio, promosso dalla Democrazia cristiana il cui segretario di allora era Amintore Fanfani. Il 59,1 % degli elettori votò per il No all’abrogazione contro il 40,9 % dei favorevoli.

Fu una data memorabile per l’Italia: significò la vittoria del Paese laico e progressista e il declino della debole democrazia “clerico fascista” che aveva governato sino ad allora. L’anno dopo seguirono altre leggi importanti per l’evoluzione del Paese, come quelle sul diritto di famiglia che cancellarono le vecchie norme imposte dal regime fascista.

Con la nuova legge sull’“Eguaglianza tra i coniugi”, il marito non era più il “padrone” della famiglia, la sua potestà veniva condivisa alla pari con la moglie. Era condiviso anche il regime patrimoniale; la maggiore età e il diritto di voto scendevano dai 21 ai 18 anni; spariva il “delitto d’onore” che condannava a soli 4 anni di reclusione il marito che uccideva la moglie “peccatrice” (vedi il film Divorzio all’italiana); cancellata anche la condanna penale per adulterio, che colpiva soltanto la donna, non il coniuge.

Il cambiamento dell’Italia aveva già compiuto i primi passi: la miccia era stata accesa nel Sessantotto con il risveglio dei giovani, con i movimenti operai che chiedevano un trattamento più umano nelle fabbriche; con la nascita dei movimenti femministi.

Furono inutili le cariche della polizia, le manganellate e le uccisioni di manifestanti volute dal potere democristiano e dai benpensanti. La “rivoluzione” andò avanti con le sue conquiste civili, seppur ostacolata da poteri occulti attraverso la lunga serie di attentati e dalle degenerazioni estremiste trasformatesi in bande armate.

Vale la pena di segnalare due storie degli Anni cinquanta che rappresentano un esempio della società di allora.

Pubblici concubini. Il primo risale ai tempi della Toscana “comunista”, quando il vescovo di Prato, Pietro Fiordelli, inviò il 12 agosto del 1956 una lettera a un parroco invitandolo ad esporla all’ingresso della chiesa.

La lettera diceva: «Due suoi parrocchiani hanno celebrato le nozze in Comune rifiutando il matrimonio religioso. Questo gesto di aperto, sprezzante ripudio della religione è motivo di immenso dolore per sacerdoti e fedeli. Il matrimonio cosiddetto civile per due battezzati non è matrimonio, ma soltanto inizio di uno scandaloso concubinato.

Pertanto signor Preposto, alla luce della morale cristiana classificherà il signor Bellandi Mauro e la signorina Nunziati Loriana come pubblici peccatori. Saranno loro negati tutti i sacramenti, non sarà benedetta la loro casa, non potranno essere accettati come padrini a battesimi e cresime, sarà loro negato il funerale religioso».

Quella lettera venne affissa davanti alle porte di tante chiese destando grande stupore nel mondo laico. Il vescovo aveva calunniato due cittadini italiani oltre all’aver disprezzato una legge dello Stato. Nell’Italia liberale, prima del Concordato fascista, l’unico matrimonio riconosciuto era quello laico. Gli sposi potevano celebrare anche le nozze in chiesa che avevano soltanto un valore simbolico.

Il processo al vescovo. I coniugi Bellandi querelarono il vescovo per calunnia sottolineando che «le leggi della Chiesa non possono contenere norme che autorizzino le autorità ecclesiastiche a ledere un bene del cittadino tutelato dalle leggi dello Stato».

In prima istanza i giudici dettero ragione alla coppia e condannarono Il vescovo a 40 mila lire di ammenda, poca cosa in confronto ai provvedimenti dello Stato liberale del secolo precedente contro le ingerenze del clero. A quei tempi preti e qualche vescovo erano finiti in galera.

Invece nell’Italia democratica del XX secolo, di fronte a quella sentenza la reazione della Chiesa e del mondo cattolico dilagò su tutto il territorio e si fece sentire con le dure pressioni del Vaticano sul governo democristiano, con lo scatenare una guerra a suon di campane a morto che suonavano per cinque minuti al giorno e i portali delle chiese parati a lutto. La Radio vaticana impartì a tutte le Nunziature Apostoliche occidentali l’ordine di organizzare manifestazioni di solidarietà col vescovo di Prato.

Al giudizio in Appello il prelato fu prosciolto grazie a una interpretazione dei giudici a lui favorevole dell’articolo 7 della Costituzione, cioè al famigerato Concordato.

I coniugi Bellandi vennero emarginati da una parte dei concittadini; Mauro fu addirittura aggredito da un gruppo di fanatici appartenenti all’Azione cattolica.

Il prete di Barbiana. L’altra storia con risvolti diversi e molto più importanti tali da essere ricordata e commemorata è quella di don Milani, il “Prete di Barbiana”.

Appena ordinato sacerdote, don Lorenzo Milani venne inviato come coadiutore a San Donato di Calenzano, nei pressi di Firenze, dove si occupò anche di una scuola popolare di operai e fece amicizia con preti “rivoluzionari”. Scrisse Esperienze pastorali, un libro dimenticato a torto perché era una rara analisi della società italiana degli Anni cinquanta vista da un parroco attraverso la sua parrocchia.

Il libro fu messo all’indice e don Milani nel 1954, venne trasferito per ordine del cardinale di Firenze, Ermenegildo Florit, a Barbiana un villaggio sperduto tra le colline del Mugello. Ma anche qui il sacerdote aprì un’altra scuola per i bambini che vivevano lontani dai centri abitati e non potevano frequentare una scuola normale.

Nel 1966 il cardinale Florit incontrò don Milani: fu un dialogo teso e tempestoso dopo il quale il prelato definì il parroco di Barbiana “Un personaggio egocentrico, orgoglioso, squilibrato”.

Don Milani concluse quell’incontro dicendo a Florit: «Lo sa quale è la differenza tra me e lei? Che io sono avanti di cinquant’anni». Il parroco già malato, morì l’anno dopo. In seguito il successore di Florit, cardinale Silvano Piovanelli rese giustizia a don Milani: disse di lui “che fu davvero un santo”.

Sono storie dell’Italia di allora, ma anche a quei tempi si sentiva che il Paese stava cambiando come poi è avvenuto, seppur in modo disordinato. Ma non mi sarei mai aspettato che il Paese dagli Anni novanta in poi sarebbe caduto in basso a tal punto da chiudere ogni possibilità per una rinascita. Sembra di assistere al suicidio collettivo di una nazione. Basta leggere i dati dell’ultima inchiesta ISTAT.

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