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Tra 25 milioni di italiani: generali, vittime e una motosega che romba il presente dell’Argentina

Tempo di lettura: 3 minuti

Di quanto accade in Argentina si parla poco, ma quando lo si fa, da quel grande (in estensione) Paese del Sud America arrivano soltanto notizie poco edificanti. Il presidente appena eletto Javier Milei insieme agli ex Donald Trump e Jair Bolsonaro completa la terna dei leader del populismo più assurdo e detestabile del Nuovo continente.

Tra Stati Uniti, Brasile e Argentina, il populismo di quest’ultimo ha il primato di essere il più antico. La sua data di nascita risale al 1940 con l’elezione alla presidenza del generale Juan Domingo Peron che con l’aiuto ideologico e sociale della moglie Evita, una ex ballerina di varietà, creò il partito Giustizialista (detto anche “peronismo”) e una dittatura paternalistica rivolta, ufficialmente, al benessere delle classi inferiori.

Nel Paese ci fu un certo sviluppo sociale che spinse le masse – i lavoratori venivano chiamati descamiciados – a idolatrare Evita (anche dopo la sua morte prematura) come una santa. In realtà chi dominava realmente era una oligarchia di grandi allevatori di bovini e commercianti di carne. Il denaro circolava in abbondanza perché dal 1940 al ‘45, anni di guerra, l’Argentina si arricchiva vendendo carne in tutto il mondo, approfittando del suo stato di neutralità che non nascondeva anche simpatie per la Germania nazista.

Furono quelli gli unici anni d’oro del Paese la cui economia dopo la fine del conflitto mondiale non è più riuscita a compensare con altre iniziative commerciali ed industriali la “crisi della carne”.

La vittoria di Milei, “l’anarco capitalista”, come lui si definisce, che durante la sua campagna elettorale mostrava sempre una motosega come simbolo di rottura con il vecchio establishment, segna il passaggio a un iperliberismo economico di estrema destra che potrebbe portare il Paese nel baratro. Lui invece promette una “grande e ricca Argentina” facendo a pezzi la “casta”, le istituzioni, i partiti, eliminando la Banca centrale, introducendo il dollaro come moneta ufficiale al posto del “peso” supersvalutato. L’inflazione che incombe da anni è arrivata al 147%.

Con lui il peronismo esce forse per sempre dalla Casa Rosada, il palazzo presidenziale tenuto quasi sempre (tranne la tragica parentesi dei generali golpisti). Quella ideologia ereditata da Peron ed Evita, ha sempre avuto l’appoggio nostalgico delle masse, annullando i partiti tradizionali. Era diviso da peronismo di destra e di sinistra ma restava sempre l’unico punto di riferimento della politica.

Sono peronisti il presidente uscente Alberto Fernàndez e l’avversario di Milei, Sergio Massa, ex ministro delle finanze. E appare assurdo che proprio costui sia stato scelto come candidato presidente nonostante i pessimi risultati ottenuti nel guidare l’economia del Paese.

In un editoriale, il Corriere della Sera, ricorda che quasi la metà della popolazione argentina è di origine italiana. Stabilire se la presenza dei nostri immigrati si stato un bene per questa ex colonia spagnola, non è facile soprattutto se i ricordi ci riportano alla feroce dittatura militare durata dal marzo del 1976 al dicembre del 1983. Tra i generali assassini c’erano molti nomi italiani, figli e nipoti di immigrati che abbandonarono la nostra penisola in cerca di fortuna.
Non hanno lasciato una bella immagine del nostro Paese i generali Roberto Viola, Orlando Agosti, Leopoldo Galtieri autonominatosi presidente a vita, il suo successore (dopo un golpe interno) ammiraglio Eduardo Massera: ordinavano arresti, torture, omicidi ai loro sottoposti che ubbidivano ciecamente. Erano iscritti alla P2, la loggia massonica di Gelli. Chissà quanti altri nomi italiani c’erano anche tra i 30.000 desaparecidos.

A questo proposito voglio accennare a questa tragedia ricordando il bravo giornalista Giangiacomo Foà, corrispondente del Corriere della Sera da Buenos Aires, quando lavoravo nella redazione esteri di quel giornale. Una sera, quando ancora incombeva la dittatura, mi telefonò precisandomi che chiamava da una cabina pubblica e mi raccontò che aveva una notizia “bomba” e che per sicurezza avrebbe trasmesso l’articolo dal telex dell’ambasciata italiana poiché il suo telefono era controllato.

Un’ora dopo arrivò l’articolo e il Corriere fu il primo giornale al mondo a diffondere la tragedia dei desaparecidos, che venne ripresa da tutti gli altri media. Il direttore, Franco Di Bella, chiamò subito Foà dicendogli di rimanere all’ambasciata. Pochi giorni dopo il giornalista partì con la moglie per il Brasile e l’ufficio di corrispondenza fu riaperto a Rio del Janeiro.

Anche Foà era figlio di immigrati italiani. Lo era anche lo scrittore argentino Ernesto Sabato figlio di calabresi, il quale divenne presidente della commissione che alla fine della dittatura indagò sugli eccidi compiuti dai golpisti e preparò un dossier dato alle stampe dal titolo Nunca Mais, Mai più.

Con l’arrivo di Milei ci si augura che l’Argentina non precipiti ancora una volta nel caos riaffidandosi a una nuova dittatura. Potrebbe anche accadere: gli argentini hanno poca memoria come una gran parte degli italiani nella nostra democrazia.

Il neopresidente ricorda molto il nostro Beppe Grillo, quando messo da parte il mestiere di comico, usò nei comizi al posto della motosega la parola vaffa, meno dirompente ma simile negli obiettivi. Anche tanti italiani gli credettero e se oggi Grillo ha chiesto perdono, rimane il dubbio se lo abbia fatto da comico o da ex politico.

Copertina: Il neopresidente argentino durante un comizio

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