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Tra pogrom e rappresaglie sconfitta la pietà

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Il 20 novembre del 1945, giorno di inizio del processo di Norimberga contro gli autori della tragedia nazista, il procuratore generale della Corte costituita dalle quattro potenze alleate, l’americano Robert H. Jackson, nel suo discorso di apertura esordì con queste parole: “I misfatti degli imputati erano così sofisticati, malvagi e devastanti, che la civiltà umana non potrebbe sopravvivere se una simile calamità si ripetesse”.

Pogrom e rappresaglia. Sono le due parole agghiaccianti che venivano pronunciate spesso durante quello storico processo e che non sono mai state dimenticate. La realtà di quanto accade nelle guerre di oggi le ha rese molto attuali. Come andrà a finire?

La prima si riferisce al raid del sette ottobre contro Israele compiuto dalla banda di assassini chiamata Hamas; la seconda dalla risposta del Re bomba israeliano, il premier Netanyahu che aveva già annunciato la continuazione dei bombardamenti su Gaza e una guerra che sarebbe continuata per tutto l’anno nuovo.

La parola pogrom significa distruzione, eliminazione e proviene dalla Russia imperiale del XIX secolo, quando gli Zar per distrarre l’opinione pubblica dalle malefatte del loro Impero, arringavano le folle contro gli ebrei considerati la causa di tutti i mali. E i russi ci credevano, come hanno creduto allo stalinismo e oggi credono a quel piccolo Zar di nome Putin che definisce l’Ucraina uno Stato nazista, mentre il vero nazista è lui.

La rappresaglia, di marca tedesca, è una parola che i nostri nonni conoscevano bene quando le truppe di Hitler tra il 1943 e il ’45 assassinavano centinaia di innocenti nei paesi e nelle città per rispondere alla guerra partigiana che colpiva i militari tedeschi e i loro complici fascisti. E oltre all’Italia, accadeva in tutta l’Europa occupata, dalla Francia all’Olanda, dalla Polonia alla Jugoslavia. Di rappresaglie i tedeschi ne avevano compiute in Belgio già durante la prima guerra mondiale da loro scatenata per volere dell’imperatore Guglielmo secondo, appoggiato anche dal partito socialista.

Con la sconfitta dei nazisti, gli Alleati (URSS e Cina comprese) avevano deciso la nascita delle Nazioni Unite con lo scopo di riportare la pace nel mondo, la concordia tra i popoli, il rispetto dei diritti umani, eliminare la fame, le ingiustizie e tante altre belle intenzioni.

La partenza era stata buona anche se nel 1950 scoppiò la guerra di Corea con l’invasione del Sud filo occidentale da parte del Nord filocomunista. L’ONU con in testa gli Stati Uniti inviò in difesa del Sud un poderoso esercito formato soprattutto dagli americani insieme ai britannici, canadesi, australiani e altre nazioni minori.  Il Consiglio di sicurezza non pose il veto perché tra i cinque membri la Cina era ancora rappresentata da Formosa e il rappresentante dell’URSS nel giorno della votazione si era “ammalato”.

Una parentesi su quella guerra: alcune ambulanze americane cariche di feriti, rimasero isolate. Una pattuglia nordcoreana le attaccò e vennero uccisi tutti i militari americani. L’episodio fece scalpore e i nordcoreani chiesero il perdono e fucilarono l’ufficiale che comandava la loro pattuglia. Erano altri tempi?

Si arrivò all’armistizio tre anni dopo. Negli anni successivi la presenza dell’ONU è andata gradualmente a infievolirsi sino a ridurre le Nazioni Unite al grande carrozzone di oggi. E sempre oggi dominano sulla scena mondiale i cosiddetti Stati canaglia guidati da despoti che eccellono nella distruzione dei diritti umani, che invadono altri Paesi, che armano bande di fanatici per portare terrore nel mondo.

In Medio Oriente il primo posto di questi Stati è occupato dall’Iran i cui padroni sono gli Ayatollah, i religiosi che uccidono i loro giovani e predicano la distruzione di Israele e la cacciata degli ebrei che “contaminano la umma”, l’organizzazione politica dell’Islam. Vogliono il pogrom come quello commesso il 7 ottobre da Hamas e preparato a Teheran. La rete dei gruppi armati legati agli Ayatollah comprende gli houthi dello Yemen che conducono una guerra corsara assalendo i mercantili all’entrata del Mar Rosso; gli hezbollah che dal Libano lanciano missili sul territorio israeliano.

Agli Stati canaglia, cui appartiene anche la Siria di Bashar Assad, con i 500 mila morti massacrati durante la rivolta, si possono affiancare la Russia di Putin, la Corea del Nord e tanti altri sparsi in ogni angolo del mondo.

E Israele? I feroci bombardamenti della sua aviazione e dell’artiglieria hanno provocato più di 20 mila morti tra la popolazione palestinese di Gaza. Era necessaria questa rappresaglia contro gente inerme, contro gli ospedali, contro migliaia di bambini? Una parte della popolazione israeliana è contraria, ma Netanyahu rimane irremovibile appoggiato dalla maggioranza nella Knesset composta anche dal partito religioso la cui ortodossia vendicativa uguaglia quella dei peggiori mullah musulmani.

Mentre scrivevo è arrivata la notizia dell’attentato in Iran al santuario di Kerman dove due ordigni esplosi a poca distanza l’uno dall’altro hanno ucciso più di cento persone nel corso di una cerimonia in ricordo del generale Soleimani, capo dei guardiani della rivoluzione, ucciso nel 2020 all’aeroporto di Bagdad durante un attacco mirato voluto dal presidente americano Trump.

Sull’attentato del 3 gennaio l’Iran dà la colpa agli americani e agli israeliani giurando vendetta. Ma poi, inaspettatamente, l’azione è stata rivendicata dall’Isis, un’altra banda musulmana. Inoltre Il giorno prima un missile israeliano aveva colpito a Beirut la casa di Al-Arouri, uno dei feroci capi di Hamas, uccidendolo. Quell’attacco ha violato il Libano, una nazione che non è in guerra con Israele. Ma non conta: vale la legge del più forte.

Ormai nelle guerre di oggi il diritto internazionale e umanitario non esistono più: lo abbiamo visto prima con l’attacco russo all’Ucraina e oggi con questa sanguinosa escalation del conflitto arabo-israeliano. Il pericolo di un conflitto più esteso appare vicino, mentre l’ONU e il “civile” Occidente, America ed Europa, restano a guardare.

Mi viene in mente un quadro del Seicento ad opera di Diego Velasquez intitolato La resa di Breda: illustra la scena di un generale olandese sconfitto che inginocchiandosi porge le chiavi della città. L’avversario con grande umanità lo aiuta ad alzarsi. Il concetto di umanità esisteva già allora, seppur tra tante terribili guerre. Oggi, nonostante il grande progresso dei popoli, le tecnologie e le intelligenze artificiali, si continua a combattere e a uccidere senza pietà.

Copertina: La resa della città di Breda, opera di Diego Velasquez

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