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25 Aprile e la sfida della memoria condivisa

Tempo di lettura: 2 minuti

Il 25 aprile, data simbolo della Liberazione, continua a essere occasione di divisione più che di condivisione nazionale. Dopo tanti anni, manca l’unità che meriterebbe. Eppure dovrebbe rappresentare la fine di un’epoca di sangue, troppo sangue e la nascita della democrazia.

Con coraggio dobbiamo riconoscere che i metodi violenti non furono esclusiva del fascismo. Era il sistema dell’epoca: prima del 1922, in molte aree d’Italia dominavano violenze, coercizione, intimidazioni e brogli. Pratiche frammentate che il fascismo organizzò in totalitarismo sistematico.

Gaetano Salvemini lo denuncia nel celebre “Il ministro della malavita”, puntando il dito sui silenzi di Giovanni Giolitti, compravendita di voti e squadracce tollerate, spesso protette se non con la complicità dello Stato. Non solo nel Mezzogiorno, ma anche a Torino, come storicamente provato.

Non si tratta di equiparare epoche o attenuare le responsabilità gravissime del fascismo. Al contrario: riconoscere che si innestò su una cultura in parte antidemocratica già esistente rafforza la cesura del 25 aprile. È il rifiuto di un intero modo di concepire il potere: la violenza travestita da Stato.

La democrazia dà l’impressione di fragilità e forse lo è. I suoi tempi sono lenti e i suoi esiti spesso incerti, perché nascono dal confronto, dalla mediazione, dal compromesso. Nei periodi di cambiamenti epocali, e quello che viviamo oggi, sconvolgimenti tecnologici, economici e sociali, lo è, paga il prezzo della sua complessità. Si tende a rincorrere chi offre certezze senza dubbi, risposte semplici a domande complesse. Risposte che sanno di bugia ma sono belle, e che aprono la strada alla dittatura, che vende il sogno del percorso più semplice. Eppure la democrazia, con tutte le sue imperfezioni, è la sola forma di governo che nella storia abbia prodotto una pace così duratura nel continente, diritti, emancipazione e ricchezza. Non nonostante le sue imperfezioni, attraverso di esse.

Manca il coraggio di una lettura storica condivisa. Troppo spesso il 25 aprile viene rivendicato da una sola parte politica, che di fatto esclude chi non si riconosce in essa. Ma la Liberazione appartiene a tutti. Riconoscere le ombre prefasciste non relativizza, esalta il cambiamento epocale. E quella frattura appartiene a tutti, non a una parte: la forza come strumento di governo, la sopraffazione come metodo, sono errori che la storia ha già giudicato.

Il 25 aprile dovrebbe essere il giorno della pagina voltata per tutti. Il giorno in cui si ricorda non solo da cosa ci siamo liberati, ma a cosa ci siamo impegnati: scegliere, partecipare, chiedere conto liberamente. La democrazia non si commemora, si esercita.

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