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La carne e il patriarcato

Tempo di lettura: 5 minuti

Ecofemminismo sfruttamento della natura
Negli ultimi anni abbiamo assistito alla crescita e all’espansione dei movimenti anti-specisti, che portano all’interno del dibattito pubblico e social nuove istanze, stili di vita, azioni di resistenza quotidiana finalizzate al rispetto e alla tutela delle altre specie animali e dell’ambiente, prima tra tutti l’alimentazione vegana.

Il pensiero antispecista si affianca alle correnti ecofemministe, derivanti dalle principali femministe: liberale, che integra l’ecologia alla questione di genere, attribuendo i problemi ambientali all’eccessivo sfruttamento delle risorse e alla mancanza di regolamentazione o controlli;
radicale, che analizza i problemi ambientali all’interno di una prospettiva critica del patriarcato;
socialista/sociale, che contesta alle prime due la troppo omogenea categoria di “donna” ignorando la rilevanza della classe o dell’etnia ed analizza le relazioni tra produzione e riproduzione e tra produzione ed ecologia.

Queste correnti criticano l’approccio affermatosi durante la rivoluzione scientifica del XVII secolo, che guarda alla natura come una risorsa da sfruttare e controllare, e gli approcci che legano intrinsecamente la donna alla natura per la sua capacità riproduttiva, evidenziando la connessione concettuale tra subordinazione femminile e sfruttamento della natura (come l’estrazione incontrollata di risorse).

Il capitalismo, orientato al profitto e alla crescita continua, promuove lo sfruttamento delle risorse naturali danneggiando l’ambiente, tra cui suolo, acqua, aria, con pratiche industriali inquinanti, e colpendo le fasce più vulnerabili delle comunità, tra cui le donne spesso occupate nella gestione delle risorse e della cura delle famiglie. Le società occidentali, infatti, presentano storicamente una divisione dei ruoli in base al genere: la produzione di beni e/o servizi da scambiare sul mercato è spesso assegnato all’uomo, al contrario il lavoro riproduttivo è assegnato alla donna e comprende tutte le attività necessarie per la riproduzione e la cura della forza-lavoro e della società stessa, come la cura dei figli, la gestione domestica, la preparazione dei pasti e la cura dei più vulnerabili.
Queste attività sono alla base della sopravvivenza quotidiana e consentono la riproduzione della forza lavoro. Tuttavia, il lavoro riproduttivo rimane invisibile al pubblico perché spesso confinato nelle mura domestiche, al contrario del lavoro produttivo, ben visibile e riconosciuto come il contributo principale nella formazione di valore. Nelle società industriali capitaliste le attività di riproduzione, pur costituendo è la “mano invisibile” della vita quotidiana, non sono né valorizzate, né riconosciute nella loro importanza, anche per questo motivo non sono retribuite: una forma di sfruttamento del lavoro e del corpo delle donne.

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Il dialogo tra femminismo e antispecismo
Le correnti anti-speciste trovano un punto di congiunzione in questo ragionamento.
L’associazione di un animale ad una donna, tuttavia, provoca sensazioni di disgusto, influenzando la comunicazione tra i due movimenti. Non costituisce una mera risposta emotiva, piuttosto l’incarnazione di una gerarchia tra l’uomo e gli altri animali non riconosciuta, ma che agisce nel proteggere il confine dell’“umano”. Il femminismo infatti ha dovuto lottare per distanziare la rappresentazione di donna da quella di natura e animalità.

Di fatto, le categorie di razza, genere e classe, sono state socialmente costruite attraverso processi di animalizzazione. La deumanizzazione è stata al centro di molteplici progetti di oppressione, alla base del razzismo e del nazismo, che hanno utilizzato l’animale per degradare altre categorie di umani. Alcune studiose ecofemministe hanno lavorato sulle intersezioni tra genere e specie, tra cui Carol J. Adams, la cui teoria, in “The Sexual Politics of Meat: A Feminist Vegetarian Critical Theory” (1990), guarda al consumo di carne come ad un simbolo di dominanza maschile: nelle società patriarcali, consumare carne non è una mera scelta alimentare, ma piuttosto una misura della virilità individuale e sociale.

Questa connessione è talmente forte, che quando un individuo maschio adotta una dieta priva di carne, è subito deriso, considerato “meno maschio” o effeminato, e accostato a categorie e stereotipi tipici femminili occidentali, come la debolezza. Adams evidenzia l’accostamento della carne alla mascolinità sia rinforzata dall’idea che il suo consumo sia ottimale per ottenere forza e accrescere i propri muscoli, una superstizione analoga ai principi omeopatici, la cui mitologia insegna l’acquisizione della mascolinità attraverso il consumo di cibo “maschile”. Al contrario, le pietanze a base vegetale sono spesso considerate cibo di seconda classe, adatto a donne e meno desiderabile per gli uomini. Esempi storici mostrano come anche tra le popolazioni schiavizzate, la distribuzione della carne non avvenisse in maniera eguale: gli uomini ricevevano mezza libbra di carne al giorno, le donne meno di un quarto di libbra. Durante la Seconda Guerra Mondiale, essendo il soldato l’epitome dell’uomo mascolino, era giustificato garantire a chi combatteva una quota di carne superiore, circa due volte e mezza, rispetto ai civili. Altri esempi sono riscontrabili in alcune culture dell’Africa Equatoriale, dove le donne Mbum Kpau hanno il divieto di mangiare carne di pollo, capra o selvaggina, oppure in Etiopia nel popolo Kufa, che puniva le donne che mangiavano pollo rendendole schiave.

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La carne come strumento di definizione dello status
Nelle società non tecnologiche, spiega l’autrice, lo status della donna risulta inversamente proporzionale all’importanza della carne: di fatto gli uomini acquisiscono un potere economico e sociale superiore quando ottengono il controllo della caccia e della distribuzione della carne. Al contempo, la parola vegetale è diventata sinonimo di passività e mancanza di vitalità. Nell’Ottocento il consumo di carne fu indice di superiorità razziale: i bianchi mangiatori di manzo erano visti come intellettualmente superiori rispetto agli altri popoli chiamati in modo dispregiativo “mangiatori di riso” o “di patate”. Allo stesso tempo, era però guardata con disgusto la pratica del cannibalismo, termine utilizzato dai colonizzatori per demonizzare popolazioni indigene e giustificarne la schiavitù.

Come il femminismo ed altre correnti critiche, l’antispecismo è radicato nella consapevolezza delle dinamiche di potere, sfruttamento e oppressione. Mentre l’animalizzazione è funzionale alla dominazione coloniale e razzista, l’oppressione di genere è trasversale nel rapporto con gli altri animali, in quanto le femmine sono oppresse e sfruttate fisicamente nelle pratiche di riproduzione e sono valutate e giudicate idonee alla vita in base alle proprie capacità riproduttive, del cui controllo sono espropriate, siano queste destinate alla produzione di carne, di latte, uova o altri derivati.

Gli attivisti antispecisti riconducono il sistema alimentare odierno alle logiche patriarcali e capitalistiche di estrazione ed espropriazione di corpi e risorse a fini di mercato e consumo, criticando l’adozione di un sistema che risponde a necessità riproduttive, come l’alimentazione, con logiche produttive, come il consumismo. La stessa diffusione di conoscenza sulle alimentazioni vegetali è fortemente ostacolata o rigettata, in quanto i miti sulla straordinarietà della carne persistono, in modo del tutto funzionale al sostegno di un mercato basato sullo sfruttamento e volto all’accumulazione e al profitto.

Fonti e approfondimenti:
Rao Manisha (2012), “Ecofeminism at the Crossroads in India: A Review”, DEP n. 20.
Salleh A. (2017), Ecofeminism as Politics: Nature, Marx and the Postmodern, Zed Books, Londra.
Merchant C. (1980), The Death of Nature: Women, Ecology and the Scientific Revolution, Wildwood House, Londra.
Del Gobbo A. (2023), “Per una critica del nesso donna/natura. Il femminismo ecologico nella crisi capitalista”, Quaderni della decrescita, p. 80-91.
Benegiamo M. (2023), “I nuovi estrattivismi. Lo sviluppo capitalista di fronte alla crisi ecologica, appunti per un dibattito”, Quaderni della decrescita, (0/1), pp. 58-66.
Fragnito M. e Tola M. (2021), Ecologie della cura. Prospettive transfemministe, Orthotes, Napoli; Salerno.
Adams, C. J. (1990). The sexual politics of meat: A feminist vegetarian critical theory, pp 35-49, Continuum.
Haraway, D. J. (1989). Primate visions: Gender, race, and nature in the world of modern science, (pp. 1-15) Routledge.
Twine, R. (2010). Intersectional disgust? Animals and (eco)feminism. Feminism & Psychology, 20(3), 397–406.

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