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R-E-S-P-E-C-T, Take care!

Tempo di lettura: 3 minuti

Nata a Memphis nel 1942, si trasferì giovanissima a Detroit con le sorelle Carolyn e Erma dove il padre divenne ministro di una comunità religiosa con 4500 fedeli. Subì due stupri che conseguirono due maternità precoci: la prima a dodici anni con il primo figlio Clarence, la seconda a quattordici con Edward. Una vita luminosa e tormentata, incluso un marito violento che l’ha indotta all’alcolismo. Morta di cancro al pancreas nel 2018, la sua bara è stata scortata da una sfilza di Cadillac rosa e numerosi personaggi del mondo dello spettacolo, dello sport e della politica, tra i quali Bill e Hillary Clinton, Stevie Wonder, Ariana Grande, Jesse Jackson.

Si chiamava Aretha Franklin, aveva la pelle nera e una voce che lo Stato del Michigan ha ufficialmente definito “Una meraviglia della natura”. Si è aggiudicata ben ventuno Grammy Award, otto dei quali vinti consecutivamente. La rivista Rolling Stone in una speciale classifica sui “100 Greatest Singers” l’ha piazzata al primo posto assoluto.

Aretha Franklin ha reso celebre una canzone di Otis Redding – il quale ironicamente si lamentò del suo furto ad opera di “una ragazza” – che la trasformò nel 1967 in una sorta di urlo rivendicativo, un programma di liberazione delle donne, un gesto di orgoglio delle persone di colore, una celebrazione universale della libertà. Tutti conosciamo la canzone “Rispetto” che si conclude come titola questo articolo.
(Linko qui sotto un paio di scene gustose del film The Blues Brother di Landis, che vedono Aretha meravigliosa protagonista anche con la canzone citata).

Sembrerà strano, ma mi è tornato alla mente tutto questo leggendo recentemente su Il Fatto, la notizia che un ristorante stellato galiziano ha posto nelle condizioni per accettare prenotazioni con bambini, che questi rimanessero seduti al tavolo per tutta la durata del pranzo. Cosa che ha sollevato pubblica indignazione e… profonda comprensione da parte dei tanti operatori del settore per i quali i bambini sono davvero un problema. O meglio, lo è la loro gestione in pubblico da parte dei genitori. Ormai esistono centri benessere, locali pubblici, addirittura voli di linea interdetti ai bambini.
È una questione di mancanza di rispetto. Non quello dei bambini verso le altre persone e gli spazi comuni, ma degli adulti per il loro ruolo educativo, spesso a parole delegato agli insegnanti sempre nella totale mancanza di rispetto per i ruoli di ognuno.

Il rispetto, in realtà, a mio parere, è la grande questione del tutto che ci circonda e ci abita interiormente. Il termine viene dal latino respectus-respìcere che significa riguardare, prendersi cura. Rispetto come riconoscimento dell’umanità dell’altro che è reciproca alla nostra. Rispetto per il valore intrinseco all’esistenza dell’altro, sia esso persona, animale, cosa, entità giuridica, norma morale, istituzione.

Tendiamo a considerare il rispetto come qualcosa di verticale, gerarchico: il giovane verso l’anziano, il cittadino verso lo stato, il fedele verso Dio. Invece, il rispetto è orizzontale, giusto, equo, perciò straordinariamente evolutivo. Lo è per il credente che vede nell’altro la presenza del Creatore del Tutto; lo è per il laico che con Immanuel Kant, il grande filosofo illuminista tedesco, accoglie l’esortazione «Agisci in modo da considerare l’umanità, sia nella tua come nella altrui persona, sempre come fine e mai come semplice mezzo».

Pensieri buonisti? Ingenuità prive di senso della realtà che invece è combattimento duro e sanguinoso? Forse. Tuttavia, se indaghiamo presso i combattenti per definizione, i samurai appartenenti alla casta guerriera del Giappone della prima metà del millennio scorso, scopriremo i sette concetti del Bushido cui il samurai deve scrupolosamente attenersi. Questi sono ancora riferimento etico e comportamentale in tutte le buone scuole di arti marziali del mondo:
Gi: Onestà e Giustizia.
Yu: Eroico Coraggio.
Jin: Compassione.
Rei: Gentile Cortesia.
Makoto: Completa Sincerità.
Meiyo: Onore.
Chugi: Dovere e Lealtà.

Ora proviamo a mettere questi concetti insieme al “Respect – Take care” di Aretha Franklin tra i nostri occhi e la realtà: la guerra, la politica puerile e rissosa, il giornalismo fake, gli odiatori social, le condizioni del nostro pianeta, le dolenti immigrazioni, il futuro dei nostri figli.
Un po’ di nausea? Tranquilli, è solo un effetto collaterale.

Link a due scene di “The Blues Brother” di John Landis
https://www.youtube.com/watch?v=L2v6ZEU4SLU
https://www.youtube.com/watch?v=EEmMolzhEoI
Copertina: Frame dal film “The Blues Brother” con Aretha Franklin sulla destra

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