
Immobiliaristi per la pace
Onorando le attività primarie e storiche dell’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America e quelle dei suoi fidi Jared Kushner e Steve Witkoff, tutti tre immobiliaristi e ora detentori dei più delicati dossier di guerra (e pace?) del momento, ci focalizziamo su alcune vicende immobiliari nel mondo, esemplari per il caratteristico genio che anima il settore.
In Spagna, un esempio emblematico con la cosiddetta “bolla immobiliare spagnola” che ha avuto il suo culmine tra il 2007 e il 2008 e una crisi sistemica con pesanti ripercussioni sull’intera economia nazionale: una profonda recessione e un allargamento vertiginoso della disoccupazione. In quel periodo, la Spagna ha vissuto una crescita vertiginosa dei prezzi delle case alimentata da un’eccessiva facilità di accesso al credito e da una domanda apparentemente inesauribile di immobili. Tuttavia, quando la bolla è scoppiata, i prezzi sono crollati drasticamente, lasciandosi dietro numerosi cantieri incompleti, banche in difficoltà e molte famiglie indebitate oltre le loro possibilità.
In America nel 2008 la crisi di Lehman Brothers è stata innescata principalmente da questioni immobiliari. In particolare, la crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti ha avuto un ruolo centrale: molte banche, tra cui Lehman Brothers, avevano investito pesantemente in titoli legati a mutui concessi a clienti con scarsa affidabilità creditizia. Quando il mercato immobiliare americano è crollato e i mutuatari hanno iniziato a non riuscire a ripagare i prestiti, il valore di questi titoli è precipitato, causando enormi perdite finanziarie e, infine, il fallimento di Lehman Brothers nel settembre 2008 con pesanti conseguenze che, ricordiamo bene, si sono ripercosse sull’intero pianeta economico e finanziario.
Nel nostro Paese, colorito e fantasmagorico come sempre, abbiamo avuto nei primi anni 2000 i “furbetti del quartierino”, personaggi come Stefano Ricucci, Danilo Coppola, Giuseppe Statuto e altri tutti di area ‘romana’ settore immobiliare e finanziario, che con operazioni rese possibili dal vuoto normativo, quando non da connivenze favorite dalla loro capacità di intrecciare rapporti con il potere politico, tentarono addirittura la scalata occulta di istituti di caratura nazionale come Banca Nazionale del Lavoro (BNL) e Banca Antonveneta. Operazioni poi finite con un clamoroso fallimento, arresti e procedimenti penali contro diversi protagonisti della vicenda che lasciarono un segno profondo nella storia della finanza italiana. L’attualità italiana ci mostra a Milano e Firenze, che l’intreccio tra ambiti immobiliari, della finanza e della politica, resta una piovra sempre in agguato…
Ma ora andiamo in Turchia per osservare una storia immobiliare che, se non fosse tragica, potrebbe assomigliare ad una favola disneyana en noire.
Siamo a Burj Al Babas, a circa tre ore da Instanbul, nella Turchia nord-occidentale, vicino alla città di Mudurnu. Qui per volere di un gruppo di immobiliaristi turchi organizzati nel Gruppo Sarot, nel 2016 sono stati costruiti 732 castelli, tutti identici e in stile neogotico francese ispirato al castello di Chenonceau nella Valle della Loira, per un costo totale di 205 milioni di dollari.

Un risultato mega kitsch che Bloomberg – la multinazionale americana leader nei servizi finanziari – ha definito come uno dei fallimenti immobiliari più ingenti e catastrofici della Turchia. Infatti, lo spettacolare complesso immobiliare è completamente disabitato e invenduto. I lavori si sono arrestati nel 2017, conferendo al complesso abbandonato un aspetto spettrale, tanto che numerosi gruppi musicali rapper (il tedesco Ufo 361 e l’italiano Meduza tra gli altri) l’hanno utilizzato come scenario per le loro videoclip.
Insomma, l’idea di realizzare un villaggio con abitazioni di prestigio tutte identiche, completamente estranee alla tradizione costruttiva locale, con un goffo stile classico adatto, secondo le attese, per sfruttare il turismo di massa delle classi più abbienti, dopo aver arruolato 2.500 operai (chissà se sono stati pagati) e disboscato migliaia di ettari, ha dato come risultato un museo di oltre 300 mila mq dedicato all’inutile imbecillità umana.
Dedotte le ovvie considerazioni, com’è che siamo finiti ad affidare le delicate sorti del pianeta a illustri rappresentanti di una categoria che troppo spesso si è distinta per gusto dell’arraffo e grossolanità esistenziale?


