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Nella Laguna il PD in cattive acque

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Riprendendo il titolo del Corriere della sera sulle elezioni a Venezia, al posto di premia il centrodestra, metterei punisce il centrosinistra. Sembra un paradosso. Infatti la sconfitta dei partiti governativi nella città lagunare era data per certa non solo dai sondaggi ma dai numeri: al referendum sulla Giustizia, Venezia è stata l’unica città ad avere la maggioranza dei NO in un Veneto leghista, Il PD risultava il primo partito; inoltre Fratelli d’Italia era convinto a tal punto della sconfitta, che la stessa Meloni aveva evitato una visita preelettorale.

E allora cos’è accaduto in “Casa Schlein”? Il partito ha subìto un crollo inaspettato: il candidato a sindaco, Andrea Martella, ha avuto uno svantaggio di quasi 20 punti rispetto al vincitore Simone Venturini, un giovane ex assessore nella precedente amministrazione.

Massimo Cacciari ha definito la sconfitta «una batosta inimmaginabile, mio nipote (non è un politico Ndr) avrebbe preso più voti di lui». Martella, nato a Portogruaro nel 1968, è un parlamentare del PD, ha occupato vari posti di secondo piano in vari governi di centrosinistra e nel 2022 è segretario regionale del partito in Veneto. Eppure a Venezia lo conoscevano in pochi: la sua nomina di candidato sindaco è stata decisa a Roma senza consultare la base del partito nella regione.

Praticamente non ha fatto campagna elettorale: solo una sua frase era stata riportata dai media: «Sogno una città a statuto speciale che si liberi dalla morsa dei turisti». Ma più che sognare avrebbe dovuto essere più presente tra gli elettori e portare un programma per discutere con loro sui vari problemi della città. Non lo ha fatto, mentre il suo rivale si è fatto vedere dagli elettori giorno dopo giorno.

L’assenza del PD tra la gente è ormai una consuetudine pluriennale. Rispolvero l’attacco di Nanni Moretti che fece contro il partito dal palco di una manifestazione in piazza Navona del febbraio 2002. «Con questi dirigenti non vinceremo mai», disse.

Alle recenti “comunali” ha colpito molto, l’avanzata di Vannacci che a Vigevano ha ottenuto il 14% di voti. Forse è un caso dovuto alla ottusità degli abitanti messa in risalto dallo scrittore Lucio Mastronardi nel suo romanzo Il maestro di Vigevano, pubblicato nel 1962. Ma non si deve sottovalutare l’ascesa del generale staccatosi dalla lega.

Il comizio di Vannacci nella storica Piazza Ducale di Vigevano (Foto La Mescolanza)

Alle elezioni politiche del 1919, il partito Socialista ottenne il 33% di voti, mentre Mussolini appena 4.900 (Sic). Eppure tre anni dopo conquistò il potere in Italia, grazie al sostegno del re Vittorio Emanuele Terzo, dei liberali e del partito Popolare. E i socialisti? Erano divisi in riformisti e massimalisti: questi ultimi esaltavano a parole una rivoluzione che non avrebbero mai fatto, ma spaventavano ugualmente l’opinione pubblica, gli industriali e i latifondisti.

A parte vorrei segnalare alcuni brevi articoli che ho letto sulla copia anastatica del Corriere della Sera del 17 agosto del 1924, che dedica tutta la prima pagina al ritrovamento della salma di Matteotti. All’interno del giornale, in cronaca nera ho trovato questi titoli che mi hanno incuriosito: Bergamo, un undicenne accoltellato da un coetaneo; Bologna, pastorello ucciso in un bosco; Napoli, uccide con una pugnalata il seduttore; Torino, ventinovenne uccide con una coltellata un suo conoscente. Insomma l’Italia non è cambiata.

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