
Bianca Bianchi, ”Madre della Costituente” in un’intervista del 1999
Il Due giugno Firenze ha voluto ricordare Bianca Bianchi, una delle 21 “Madri della Costituente” assegnandole il Fiorino d’oro alla memoria. Era nata nel 1914 a Vicchio, nel Mugello; il padre, fabbro, era segretario della sezione del Partito socialista. Durante il fascismo frequentò le scuole superiori e l’università nel capoluogo non rinunciando mai al suo spirito libertario ereditato dalla famiglia; durante l’occupazione nazista partecipò attivamente alla Resistenza.
La conobbi a Firenze in occasione di una intervista che le feci nel lontano 1999 per una raccolta di venti interviste, fatte da me e dalla collega Milly Mostardini a personaggi ultraottantenni che appartenevano alla storia contemporanea. Il titolo era Ottanta voglia di raccontare (edita da Giunti).
Ho ritrovato, purtroppo con qualche giorno di ritardo rispetto al Due giugno, il testo di quella lunga conversazione di cui riporto una parte.
«Se è vero che ogni giorno del passato diventa un mito, gli amici “anziani” ci hanno offerto, ognuno secondo la propria esperienza, una preziosa memoria delle stagioni passate, ma anche una acuta attenzione alla stagione presente», avevamo scritto nella breve prefazione del libro.
Per prima cosa Bianca Bianchi, nell’intervista, tenne a precisare che amava molto Firenze: «Negli anni Trenta vi andavo alle scuole magistrali grazie ai sacrifici del nonno Angelo (il padre era morto prematuramente N.d.R.). Dopo il diploma mi iscrissi al Magistero e mi laureai con 110 e lode nel settembre del 1939. Alla cerimonia mi accompagnò il nonno che si sedette dignitoso e attento nell’aula magna. Indossava il vestito della festa, grigio, col cappello a larghe falde e il fiocco al posto della cravatta».
Era appena scoppiata la guerra, non era obbligata a frequentare le istituzioni giovanili littorie?
«Mi ero sempre tenuta lontana dalle organizzazioni del regime e con i miei compagni di Firenze che mi facevano notare la mia assenza dal Guf, mi giustificavo affermando che partecipavo alle manifestazioni fasciste del mio paese. E ovviamente ai fascisti del paese dicevo che prendevo parte a quelle del capoluogo.»
Quando prese coscienza del suo dissenso?
«Con l’insegnamento. Ottenni il mio primo incarico a Genova come insegnante di storia, filosofia e pedagogia in un istituto magistrale. Insegnando storia parlavo della Germania e raccontavo di quante volte la Polonia nei secoli aveva subito invasioni. Mi sforzavo di far ragionare i ragazzi commentando le cause della guerra. Fui trasferita a Cremona per punizione, ma non mi arresi. Una volta detti un tema dal titolo “Dite come vi trovate nella società moderna e quali sono i vostri progetti per il futuro”.»
«Tra gli alunni c’era un certo Giorgio Soavi, che poi è diventato giornalista e poeta, che si rifiutava di scriverlo. Quando gli chiesi i motivi mi rispose: “Senta, io sono mezzo ebreo e se scrivo la verità sulla società di oggi e sul mio futuro, mi mandano al confino o in galera. E lei anche”. Risposi che bisognava dire la verità e che dovevamo rischiare entrambi. Rischiammo e il tema fece il giro della scuola fino ad arrivare al preside che lo portò al provveditore dicendogli “io questa insegnante non la posso tenere”. Il provveditore mi mandò a chiamare e mi disse con fare paterno: “Siamo daccapo. Lei in una scuola italiana non ha futuro. Vuole andare all’estero? Decisi di andare in Bulgaria a insegnare italiano all’Istituto di Cultura».
Quando rientrò in Italia? E dopo l’8 settembre del ’43 cosa fece?
«Rientrai nel giugno del 1942 sapendo che non avrei più potuto insegnare fino a quando c’erano i fascisti. Mi ospitò mio nonno e con l’occupazione tedesca mi improvvisai soccorritrice degli sbandati che vagavano tra le campagne e si nascondevano tra i boschi. Dall’improvvisazione passai nella Resistenza col Partito d’Azione. C’erano tutti i miei professori universitari e molti ex compagni di studi. Esordii spingendo con un’amica un carretto carico di fucili nascosti sotto le balle di fieno. Avevo paura ma per fortuna non trovai mai un tedesco. Continuai altre volte».
Terminata la guerra lei è stata la prima donna consigliere comunale di Firenze.
Sì, col sindaco Fabiani, un grande sindaco. Ma ci rimasi per poco perché nel 1946 fui eletta deputato della Costituente per il Partito socialista, con 18mila preferenze.
Come era allora la vita di deputato donna?
«Me la cavai bene continuando a lavorare con la grinta di sempre. La vita di deputato non era facile e privilegiata come oggi. Ricordo che nel corso di un comizio, nel ’46 a Firenze una donna salì sul palco, mi regalò un paio di sandali bianchi, comprati con una colletta. Li portai per tutta l’estate a Montecitorio perché non ne avevo altri. Avevamo qualche privilegio come i prezzi bassi del ristorante interno e lo scompartimento riservato di prima classe in treno: di questo mi vergognavo soprattutto quando vedevo la gente accalcarsi nei corridoi con le valige di cartone legate con lo spago. La facevo entrare nello scompartimento».
Cosa fece quando nel ’47 con la scissione di palazzo Barberini Saragat uscì dal PSI per fondare il Partito socialdemocratico?
«Saragat mi disse di andare con lui e dopo una settimana di riflessione lo seguii. Poi me ne sono pentita. Poco prima della scissione De Gasperi e Saragat erano andati negli Stati Uniti. Gli americani aiutarono l’Italia prostrata dalla guerra, ma ebbero in cambio l’isolamento delle sinistre. Da allora cominciò il potere della DC che nel ’48 ottenne la maggioranza assoluta. De Gasperi fu abile nel coalizzarsi con i partiti minori, liberali, repubblicani e socialdemocratici. Lo fece per dare la polvere negli occhi perché in realtà quei partitini non contavano per niente. Quando nel 1953 fu varata la “legge truffa”, io votai contro».
La corruzione c’era già allora?
A partire dagli Anni cinquanta: c’erano già l’ingaggio, il premio, lo scambio di favori. Sapevo persino dove venivano consegnate le bustarelle, a Montecitorio, nell’anticamera dei gabinetti per gli uomini. Sapevo che un giorno o l’altro mi avrebbero espulsa dal Partito, allora me ne andai via prima. Il PSDI non era un Partito decente. Io sono stata sempre di sinistra, una sinistra che non si colloca in organizzazioni politiche.
La politica di oggi (1999 N.d.R.) come la vede?
«Oggi la politica vola basso, non ci sono più quei personaggi capaci di attrarre i consensi degli elettori. D’Alema? Più che un politico è uno stratega che parla per sentenze. Comunque è sempre meglio di Berlusconi, un demagogo che non sa parlare, ma sa imporsi vendendo bene la sua immagine.
Le nuove generazioni non hanno dunque punti di riferimento.
«Rispetto ai miei tempi i giovani di oggi sono privilegiati e sfortunati. Hanno la democrazia, il benessere, ma mancano loro alcuni aspetti fondamentali della vita che noi invece avevamo: la lotta per la libertà, per i diritti, le privazioni, elementi che rendono più maturi. Oggi non leggono, non conoscono la storia e non vogliono conoscerla. In fondo noi eravamo i privilegiati».


