
Nouvelle vague, quando tutto sembrava possibile
Nouvelle vague del regista texano Richard Linklater è un grande atto d’amore per il cinema. A Cannes ha dichiarato che pensava a questo film da 13 anni e ne discuteva con i suoi amici cinefili di Austin. Girato a Parigi in bianco e nero e in francese racconta di quel gruppo di registi che alla fine degli anni ’50 hanno cambiato la storia del cinema e anche la vita di Linklater.
Siamo nel 1959, i film di Francois Truffaut e Claude Chabrol hanno riscosso un grande successo presso il pubblico, i due fanno parte della redazione dei Cahiers du cinéma, insieme a Jan Luc Godard, Jaques Rivette, Éric Rohmer. I redattori sono un gruppo di amici, sono giovani, vivono la vita pienamente, con la leggerezza e la voglia di fare e cambiare il mondo.
Discutono con la sigaretta sempre tra le mani, si aiutano, non perdono un film alla Cínematéque, giocano, scherzano, sono anche sfrontati e soprattutto sono in attesa di sconvolgere il mondo del cinema con le loro idee rivoluzionarie.

Anche Jean Luc Godard vuole dirigere un film come gli amici, trova un produttore, Georges de Beauregarde, che gli chiede una sceneggiatura scritta con Truffaut (in una stazione del metrò), anche Chabrol sarà del gruppo. Ha venti giorni di tempo, un budget risicato e comincia a girare un film come non se ne erano mai visti, sarà Fino all’ultimo respiro.
Da buon cinefilo, Linklater ricostruisce meticolosamente il clima di quegli anni e, come fosse un narratore asettico, racconta ciò che accadde sul set e fuori dal set del film simbolo della nouvelle. Nel film si ripete spesso l’importanza dei fuoricampo e il film di Linklater è costruito sui fuoricampo. Il regista non cade nella tentazione di fare un film in costume, non si pone il problema di spiegare o giustificare ogni posizione di Godard né tanto meno di emularlo. Fa il suo film sulla gioia di come nasce un’opera prima in anni in cui esisteva una forte libertà e una grande voglia di sperimentazione.
I protagonisti del film sono oltre a Godard, Chabrol, Truffaut, Rivette, anche Agnès Varda, Robert Bresson, Roberto Rossellini e Jean Pierre Melville. A loro si aggiungono gli attori del film che Godard sta girando nel film, ovvero Jean Seberg e Jean Paul Belmondo.
È incredibile la scelta del cast: gli attori sono poco noti, ma bravissimi, spesso hanno una fortissima somiglianza con i personaggi che interpretano e sono capaci di una recitazione pulita, senza tentazioni di imitazione.
Il film comincia davanti al grande schermo: Godard, Truffaut, Chabrol e Schiffman, redattori dei Cahiers sono seduti accanto per assistere al documentario I figli di Gengis Khan. Subito dopo li troviamo a una festa con Juliette Gréco e il produttore de Beauregard.
Truffaut, già famoso per il suo film I 400 colpi che al Festival di Cannes ha ricevuto il premio per la miglior regia, incita l’amico Jean Luc suggerendogli: «sii veloce come Rossellini, malizioso come Sacha Guiltry, musicale come Orson Welles, semplice come Marcel Pagnol, ferito come Nicholas Ray, efficace come Hitchcock, sii profondo come Bergman, sii insolente come nessun altro».
Godard, sempre con occhiali da sole e sigaretta tra le labbra, sceglie i suoi attori un quasi amico Belmondo e una poco convinta Seberg, reduce dal set di Bonjour tristesse.

Convinto che a guidare le riprese debbano essere i sentimenti, l’improvvisazione anziché una sceneggiatura tradizionale, il regista alterna giorni in cui gira poche ore ad altri in cui non gira affatto. Tutto in presa diretta, per le strade, con espedienti per tramutare i passanti in comparse, con camera a mano, senza luci se non quella naturale, una sceneggiatura scritta giorno per giorno. Ogni giorno di ripresa, saranno 20, comincia dal Café dove Godard riunisce i suoi appunti fatti di citazioni letterarie, idee prese da colleghi, suggestioni e gioca numerose partite di flipper. Il cast e gli operatori sono sconcertati, poi pian piano entrano in quel clima ribelle di improvvisazione quasi jazzistica che li convincerà a lavorare in un modo nuovo, che non deve piacere, semmai cercare di essere vero. Un suggerimento che Godard aveva avuto da Roberto Rosellini: «dimentichi le tecniche tradizionali, trovi soluzioni economiche, non segua le regole». Rossellini che visita la redazione dei Cahier dove viene accolto come un maestro perché in fondo la nouvelle vague è un po’ debitrice del neorealismo.
Si esce dal film deliziati e con un po’ di nostalgia per quegli anni in cui tutto sembrava possibile, il ’68 era vicino, e un gruppo di giovani registi intendevano contribuire a cambiare il mondo con i loro film.
Una curiosità: nel film Jean Luc Godard dice al direttore della fotografia Raoul Coutard, un uomo alto due metri, che vuole girare con una pellicola come quella dei reportage, tutto con luce naturale, a mano, un’idea ‘rivoluzionaria’ che Coutard gli smonta, perché è quello che ha sempre fatto come fotoreporter di guerra in Vietnam e in Indocina.
Trailer del film:


