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Netanyahu il “criminale guastafeste”

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Con una tregua traballante, allontanato il pericolo di una distruzione totale dell’Iran minacciato da Trump (forse con una bomba atomica) il clima in Medio Oriente resta sempre molto drammatico. Ormai Netanyahu non vuole rinunciare alla guerra continua, ha fatto bombardare in Libano le città di Tiro, Sidone e il centro di Beirut.

Il suo compare Trump ha definito quella azione terroristica “una piccola scaramuccia”, ma in realtà è stata una strage con centinaia di morti e migliaia di feriti.

Nell’annunciare “l’eroica” impresa il premier israeliano mostrava il suo ben noto sorriso che mi ricorda quello di Franti, il “cattivo” del Libro Cuore. “E l’infame sorrise”, aveva scritto di lui De Amicis.

Nel governo israeliano i Franti sono molti: uno di questi e Ben-Gvir, ministro della sicurezza che ha brindato alla approvazione di una legge che condanna a morte i terroristi palestinesi.

A questo proposito cito alcune frasi dell’editoriale di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 7 aprile: «…quello che non si è mai visto è un ministro di un governo democratico rallegrarsi sguaiatamente della pena di morte per i terroristi palestinesi, un’immagine che obbliga a riflettere sul tormentato percorso compiuto dallo Stato ebraico nell’ultimo mezzo secolo».

Forse è un percorso ancora più lungo, aggiungo, a partire dalla nascita del sionismo. Su questo tema è stato da poco pubblicato un libro di grande interesse. Il romanzo Il ritorno di Isaak de Vrient, scritto nel 1932 da Arnold Zweig (scrittore ebreo tedesco), pubblicato in Germania poco prima dell’avvento di Hitler, è un’opera estremamente significativa per comprendere il clima politico tra ebrei e palestinesi e le tensioni interne al mondo ebraico negli anni Venti, quando la Palestina era un mandato britannico.

Il racconto – che l’autore definiva il primo romanzo storico dello Stato d’Israele – segue il ritorno del protagonista, Isaak de Vrient, un intellettuale ebreo europeo che rientra in una terra che dovrebbe rappresentare una rinascita nazionale e spirituale, ma che si rivela invece attraversata da profonde contraddizioni. È’ contrario al sionismo e auspica invece la convivenza tra ebrei e palestinesi. E per questo verrà assassinato da un giovane ebreo russo.

Uno degli aspetti più interessanti del libro è proprio la rappresentazione delle divisioni interne tra gli ebrei immigrati. Da un lato troviamo quelli dell’Europa occidentale, spesso più assimilati, con una visione borghese e culturale del ritorno in Palestina; dall’altro gli ebrei provenienti dall’Europa orientale e dalla Russia, segnati da persecuzioni, pogrom e da una maggiore radicalità politica. Zweig descrive questi gruppi non come uniti da un destino comune, ma come portatori di valori, aspettative e mentalità spesso inconciliabili.

Il sionismo, che nel discorso ufficiale si presenta come movimento di liberazione nazionale, viene osservato da Zweig con uno sguardo critico e disincantato. Senza negarne la legittimità storica, lo scrittore mette in luce i rischi di trasformazione in un progetto esclusivo, incapace di dialogare con la realtà locale. La Palestina degli anni Venti non è una terra vuota, ma uno spazio abitato soprattutto da popolazioni arabe, la cui presenza è percepita dai nuovi arrivati in modo ambiguo: vista come ostacolo e talvolta con orientamento razzista verso i musulmani.

Arnold Zweig

In questo senso, il romanzo anticipa molte delle tensioni che diventeranno centrali nel conflitto mediorientale. Zweig coglie già il problema della convivenza e della competizione per la terra, mostrando come il sogno di una patria possa entrare in collisione con altri diritti e altre identità. Il suo approccio non è propagandistico: al contrario, è profondamente problematico, quasi inquieto.

Un altro elemento rilevante è la crisi individuale del protagonista, che riflette una crisi collettiva. Isaak de Vrient non trova nella Palestina ciò che immaginava: il ritorno alle radici si trasforma in un’esperienza di spaesamento.

Se confrontiamo il quadro tracciato da Zweig con la situazione attuale tra Israele e Palestina, emergono sorprendenti continuità. Le divisioni interne al mondo ebraico non sono scomparse: oggi si manifestano in forme diverse, ad esempio tra ebrei laici e religiosi, o tra comunità di origine europea (ashkenazita) e quelle provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa (mizrahì). Anche se il contesto storico è radicalmente cambiato, la questione dell’identità e dell’unità resta aperta.

Allo stesso modo, il nodo della convivenza con la popolazione araba è diventato il cuore di un conflitto lungo e complesso. Ciò che negli anni Venti era ancora una tensione emergente è oggi una realtà consolidata, segnata da guerre, occupazioni, negoziati falliti e profonde ferite reciproche. Zweig, pur scrivendo in una fase iniziale, sembra intuire la difficoltà di conciliare un progetto nazionale con una realtà plurale.

Il mondo descritto da Zweig è quello di un sionismo ancora in formazione, prima della creazione dello Stato di Israele nel 1948 e prima della radicalizzazione del conflitto. Le sue critiche nascono all’interno del dibattito ebraico europeo e riflettono anche le tensioni ideologiche del tempo, comprese le influenze del socialismo e del pacifismo.

Oggi, il confronto con questo romanzo può essere utile proprio perché ci restituisce una fase “originaria” del problema, quando molte questioni erano ancora aperte e non irrigidite. Leggere Zweig significa quindi non solo comprendere il passato, ma anche interrogarsi sulle radici profonde di una situazione che continua a evolversi.

In conclusione, Il ritorno di Isaak de Vrient è un’opera che unisce narrativa e riflessione politica, offrendo uno sguardo lucido e critico su un momento cruciale della storia ebraica e mediorientale. Il suo valore oggi sta nella capacità di mostrare come le fratture interne, le aspettative idealizzate e le realtà concrete possano entrare in conflitto, generando dinamiche che, a distanza di un secolo, risultano ancora sorprendentemente attuali.

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