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L’egemonia culturale della destra? Un disastro

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Volevano l’egemonia sulla cultura ma sono arrivati “nudi alla meta”. Il motto, che risale alla mistica fascista dei loro nonni, oggi con questi governanti si è trasformato in un completo disastro. In quattro anni il ministero della Cultura o Minculpop – Ministero della cultura popolare, come veniva chiamato ai tempi del duce – tra scandali e faide non ha mai avuto pace.

Dopo il primo scandalo che riguardava il ministro Gennaro Sangiuliano, dimessosi per una storia con una sua amica del cuore, pari a una tipica commedia partenopea, ne sono seguiti tanti altri fino ad arrivare alla vicenda che coinvolge il ministro Alessandro Giuli. Ma nel suo caso si tratta più precisamente di una guerra interna alla coalizione di destra che ha raggiunto l’apice quando il successore di Sangiuliano ha dato il benservito a una parte del suo staff: licenziati in tronco Elena Proietti, capo della segreteria del ministro e Emanuele Merlino, responsabile della segreteria tecnica del ministero.

Merlino molto vicino a Giorgia Meloni e a Giovanbattista Fazzolari – potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio – veniva sospettato dai maligni di essere una specie di “commissario politico”. Figlio di Mario Merlino, morto lo scorso febbraio a 81 anni, noto ai tempi della strategia della tensione: ex membro di “ordine nuovo” e di “avanguardia nazionale”, amico di Stefano Delle Chiaie, fu indagato per la strage di Piazza Fontana e poi assolto.

La motivazione per il licenziamento della Proietti sarebbe stata – secondo Giuli – quella di “aver disertato la missione a New York senza averlo avvertito”. Ma la ex segretaria afferma di non averlo potuto fare perché ricoverata d’urgenza in ospedale. Merlino invece sarebbe reo di non aver informato il ministro della mancata assegnazione di fondi al documentario su Giulio Regeni Tutto il male del mondo.

Ma bastano quelle accuse per licenziare i due importanti personaggi del ministero oltretutto protetti dall’alto? Probabilmente l’atmosfera nel “mondo della cultura di destra” è degenerata a tal punto da far perdere le staffe al ministro. E i motivi ci sono, vanno dal licenziamento di Beatrice Venezi dalla Fenice alla imprevista brutta sorpresa dell’invito alla Biennale di Venezia di artisti russi.

Sullo scontro tra Giuli e Pietrangelo Buttafuoco presidente della Biennale si è detto e scritto molto. Personalmente su questo argomento – se è bene o male ammettere la presenza della delegazione russa – non riesco ad avere un’idea chiara e netta.

Prima di fare una breve storia della Biennale premetto che i padiglioni dei singoli Stati stranieri hanno la prerogativa di essere permanenti e di godere di immunità e privilegi diplomatici stabiliti dal diritto internazionale. Inoltre la direzione della mostra è autonoma e per legge non sono ammesse ingerenze del governo.

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Nata nel 1895, la Biennale, prima Esposizione internazionale nel mondo, aveva il fine di stimolare l’attività artistica e il mercato dell’arte nella città di Venezia e nell’unificato stato italiano. A ideare l’iniziativa fu un gruppo di intellettuali veneziani capeggiati dal sindaco del tempo, Riccardo Selvatico.

Il nome “Biennale” deriva dalla cadenza delle sue manifestazioni (con l’eccezione del cinema nata nel 1932 e divenuta annuale dal 1935). Oggi comprende diverse sezioni oltre all’arte: musica, cinema, teatro, architettura, danza.

Nel 1930 un regio decreto la trasformò in Ente autonomo che passò dal controllo del Comune di Venezia a quello dello stato fascista. Il presidente sino alla conclusione della guerra fu Giuseppe Volpi, ricco imprenditore e anche ministro delle Finanze di Mussolini. Ma il vero artefice dell’organizzazione e del suo grande sviluppo fu il segretario generale Antonio Maraini, imprenditore e intellettuale ispiratore della politica culturale fascista, padre di Fosco noto archeologo e padre della scrittrice Dacia Maraini.

La Biennale riaprì nel 1951 dopo che il governo della Repubblica nominò il nuovo consiglio di amministrazione. Nel 1973 ottenne un nuovo statuto che cancellava quello fascista; nel 1998 una nuova riforma la privatizzò come “Società di cultura”; l’ultima riforma risale al 2004 che l’ha trasformata in Fondazione.

L’attuale estrema destra nell’intento di accaparrarsi anche la Biennale ha nominato presidente Buttafuoco, un attento e preparato intellettuale conservatore che autonomamente ha deciso per la partecipazione di artisti russi, difendendo la sua scelta anche contro gli attacchi governativi.

Il governo Meloni non ha capito che gli intellettuali di destra, o meglio conservatori, sono persone colte e informate come quelli di sinistra. Le rispettive idee politiche spesso si scontrano ma li unisce l’autonomia della cultura e la libertà di pensiero. Per esempio Cardini, Veneziani, Giordano Bruno Guerri, e altri, pur avendo principi conservatori, si guardano bene dall’avere rapporti ufficiali con questo governo di incapaci.

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