
Il tepore del ballo per innamorarsi
E tornerò per sempre. Noi nell’attesa del ballo, nell’indugio del ballo, nel tepore del ballo… Nel tuo tepore sempre”.
Non da una poesia – poi semmai si cita uno scolastico Pascoli – ma da una canzone firmata da Pupi Avati con Sergio Cammariere per La quattordicesima domenica, il regista bolognese recupera l’ispirazione amorosa, intimista, per il nuovo film. Nel tepore del ballo, appunto.
Ma chi si aspetta un dancing nella Bologna che fu e un valzerino molto liscio, si trova invece trasportato ai bagni di Jesolo – probabilmente per una questione di finanziamenti regionali del film – da dove parte e dove arriva una storia di televisione che fatica a conquistare il tepore ossia la suggestione un po’ crepuscolare, un po’ casalinga, un po’ sdolcinata, del titolo.

Con un aiuto del pressbook, ecco la trama: Gianni Riccio, celebre conduttore televisivo – un Massimo Ghini super tinto di nero pece e presto stinto sotto la doccia come un misero Gustav von Aschenbach in assenza di Tadzio – viene travolto da uno scandalo finanziario proprio all’apice della carriera. Altro che caso Tortora! È arrestato in diretta, mentre si trova a Porta a porta.
E dunque: tra Roma e il Veneto, il film racconta la caduta di Riccio e il confronto con un passato segnato dalla perdita precoce dei genitori – papà era Raoul Bova in veste di improbabile emigrante a caccia di ereditiere tedesche (di lui restano una ciabatta e una parrucca bionda) – ma pure privo del grande amore, sacrificato alla carriera: lei era una deliziosa camerierina che noi gustiamo nel suo fascino disarmante in un flashback in bianco e nero. Camerierina che, invecchiando, diventerà una super intensa Isabella Ferrari, dimessa sì e in ciabatte anche lei, eppure molto pronta alla lacrima e alla scena madre.
Al centro del film, il tema delle scelte della vita, della reputazione e della possibilità di rinascita, che troveranno spettacolare esternazione durante un catartico show tv in stile spazzatura – la conduttrice trash è una bravissima Giuliana De Sio, angelica e demoniaca dea del video, con l’occhio bistrato e il collant translucido – e con ospiti che fanno il godibile cameo di se stessi: un Jerry Calà all’ultima spiaggia e senza più libidine si aggiunge al Bruno Vespa dell’inizio, severo e incazzoso proprio come nella realtà quando gli danno del burattino di Palazzo.

“Il racconto che vi proponiamo è incentrato sul rinnamoramento” spiega Pupi Avati. “Su quel misterioso sentimento che nel tramonto della propria esistenza compenetra di sé ogni individuo. Soprattutto quel genere di individuo che non vede nel sentirsi invecchiare il coincidere di quell’autostima che ha sempre cercato”.
Alla fine, tutte le bocce, con più o meno fatica, vanno in buca, ma lo spettatore è sballottato tra lentezze da sbadiglio e alcune scene fuori fuoco nonché tra tempi distanti minati da qualche incongruenza – perché la zia Lina Sastri parla napoletano? E siamo sicuri che quarant’anni fa ci si fidanzasse ballando Only You? Ma poi, verso il the end, arriva per lo spettatore l’appagamento della memoria e, mentre scorrono i titoli di coda, parte subito la gara con gli amici in sala nell’enumerare tutti i bei film che ha fatto l’ottantenne regista… Vince sempre La casa delle finestra che ridono e l’Avati più nero, seguito da quello de Il regalo di Natale, ed è sempre troppo sottovalutato, però, quello di Impiegati o dei film con Nik Novecento… Ciò vuol dire, comunque, che Pupi Avati ci ha fatto molta compagnia in tutti questi anni. Proprio per questo non leggiamo e ignoriamo le sue geremiadi sul cinema italiano di qualità con annessa critica ai budget elevati di Luca Guadagnino.
Nel tepore del ballo: regia di Pupi Avati, soggetto di Pupi Avati, Antonio Avati e Marco Molendini, sceneggiatura di Tommaso Avati e Pupi Avati
Articolo pubblicato anche su: https://www.allonsanfan.it/
Trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=f-Siy34X5Ow



