Skip links

Starmer, laburista dall’animo conservatore

Tempo di lettura: 4 minuti

Quando i risultati delle elezioni amministrative del maggio 2026 hanno cominciato ad arrivare, era chiaro che per il Labour non si trattava di una semplice sconfitta. Il partito di governo è clamorosamente crollato, aumentando notevolmente le pressioni politiche sul Primo Ministro Keir Starmer affinché si dimetta.

Sarebbe facile liquidare questa pesante sconfitta come il semplice effetto dell’ascesa populista di Reform UK di Nigel Farage. Se da un lato è vero che questo risultato ha evidenziato una netta emorragia di voti laburisti verso destra, è altrettanto vero che gli elettori hanno riposto la loro fiducia in partiti e candidati più vicini a temi sociali e ambientali cari all’elettorato di sinistra.

I Verdi, Plaid Cymru, lo SNP e una galassia di candidati indipendenti progressisti sostenuti da Your Party hanno tutti conquistato seggi che un tempo sarebbero stati laburisti. A Oxford e Burnley, consiglieri in rotta con la linea di Starmer si sono dimessi per presentarsi come indipendenti, privando il partito della maggioranza in storiche roccaforti. A Newham, nella Londra est, un ex membro del Labour uscito per protesta contro le deboli reazioni del governo sulla Palestina, ha sbaragliato i candidati ufficiali del partito.

Il rifiuto del governo di sostenere la classe lavoratrice durante la crisi del costo della vita, la sua continua reverenza per l’ortodossia fiscale del Tesoro, il sottofinanziamento dei servizi pubblici, e la nomina controversa di Peter Mandelson (Il 23 febbraio 2026 venne arrestato con l’accusa di condotta illecita e diffusione di informazioni governative riservate) hanno pesato in maniera significativa. Ma il fattore che forse più di ogni altro ha contribuito a scavare il solco tra il Labour e il suo elettorato tradizionale è stata probabilmente Gaza.

Dal 2023, il movimento di solidarietà con la Palestina è diventato, secondo molti analisti, la più grande mobilitazione di massa in Gran Bretagna. La linea politica del governo guidato dal premier Starmer è stata percepita da molti elettori progressisti e musulmani come troppo vicina alle posizioni del governo israeliano e complice nella crisi umanitaria a Gaza.

Sin dall’inizio del suo mandato, Starmer si è dimostrato un alleato fedele di Israele. Il governo ha continuato a fornire armi e ha autorizzato voli spia su Gaza, offrendo a Israele informazioni in tempo reale sulle operazioni nell’enclave assediata. Il premier si è rifiutato di definire le operazioni israeliane come crimini di guerra, o riconoscerle come genocidio. Ignorare questo è costato al Labour un prezzo molto alto.

Gli avvertimenti non sono mancati. Alle elezioni generali del 2024, cinque candidati indipendenti filo-palestinesi erano stati eletti in circoscrizioni considerate sicure per il Labour. A febbraio 2026, la sconfitta alle suppletive di Gorton e Denton, vicino a Manchester, aveva suonato come un campanello d’allarme. Nessuno, evidentemente, ha risposto.

Qualche giorno prima del voto per le elezioni amministrative, il 29 aprile 2026, un uomo di 45 anni, cittadino britannico (con gravi disturbi psichiatrici, già noto alle forze dell’ordine), ha prima aggredito un giovane musulmano a Southwark, poi ha attaccato due ebrei ortodossi a Golders Green.

Immediata e categorica è stata la condanna delle forze dell’ordine e di tutti i partiti, che si sono affrettati a definire l’accaduto come atto di terrorismo e antisemtisimo.

Quasi tutti i media si sono concentrati esclusivamente sull’attacco alle vittime ebree, omettendo l’aggressione precedente al giovane musulmano e la natura psichiatrica del caso, trasformando così un crimine commesso da un malato mentale in una battaglia ideologica. Non solo la stampa tabloid si è accodata a questa narrazione: anche testate liberal come il Guardian hanno amplificato le accuse senza eccessivo spirito critico.

In questo clima, il leader dei Verdi Zack Polanski- anche lui ebreo – ha criticato le modalità dell’arresto del sospettato. La reazione alle sue dichiarazioni a pochi giorni dal voto del 7 maggio è stata immediata e sproporzionata. Polanski è stato sommerso di accuse di antisemitismo. Il Times ha pubblicato una vignetta che lo ritraeva con un naso adunco nell’atto di colpire un agente di polizia, una caricatura antisemita, quella sì, secondo lo stesso Polanski.

Il leader dei Verdi inglesi Zack Polanski – Depositphotos

Da Corbyn ai Verdi. Chi ha memoria storica è rimasto colpito dal déjà vu. La stessa arma è già stata usata, con efficacia devastante, contro Jeremy Corbyn.

Nel 2020, il Labour lo sospese con l’accusa di antisemitismo dopo che Corbyn aveva dichiarato che il problema dell’antisemitismo all’interno del partito era stato “drammaticamente esagerato per ragioni politiche”. Per questo commento, l’allora segretario Keir Starmer ne dispose l’immediata sospensione.  Qualche anno dopo un’inchiesta di Al Jazeera rivelò che funzionari di alto rango del partito laburista avevano attivamente cercato di sabotare la leadership di Corbyn, non di rado usando le accuse di antisemitismo come strumento politico.

Corbyn era antirazzista di lunga data. Le sue colpe erano la sua militanza filo-palestinese e il movimento Momentum. Quest’ultimo aveva contribuito a un’impennata di iscrizioni al partito laburista, portando il totale dei membri a più di mezzo milione nel 2015 – rendendolo il partito con più iscritti in tutta Europa – e che avevano portato i laburisti più a sinistra e a un soffio dalla vittoria elettorale.

Oggi lo stesso copione viene riproposto contro i Verdi. Chi critica la politica estera di Israele è antisemita. Chi difende i diritti dei palestinesi mette a rischio la sicurezza degli ebrei. È una logica che, oltre a distorcere la realtà, finisce paradossalmente per banalizzare l’antisemitismo vero, quello delle vignette del Times, quello delle aggressioni fisiche, quello di chi davvero odia gli ebrei in quanto ebrei.

Vale la pena ricordarlo: mentre l’islamofobia, l’omofobia e il razzismo dilagano nel discorso pubblico britannico quasi senza suscitare lo stesso scandalo, l’accusa di antisemitismo viene agitata ogni qual volta che una voce progressista si avvicina troppo alla questione palestinese.

Il Labour di Starmer ha alienato l’elettorato di sinistra con le sue posizioni su Gaza, la sua disciplina fiscale e la sua distanza dai lavoratori. E non ha convinto nemmeno l’elettorato centrista, che ha premiato i Liberal Democratici, né quello conservatore, che è migrato verso Reform.

Nel frattempo, il movimento per la Palestina continua a crescere. E gli elettori, quelli che hanno votato Verde, indipendente, SNP o Plaid Cymru, hanno mandato un messaggio inequivocabile: bisogna cambiare rotta.

Explore
Drag