
La verità nelle zone oscure delle istituzioni
Dicembre 2018, Parigi. Stéphanie è una poliziotta ispettrice che lavora alla IGPN, l’organismo disciplinare che vigila sulla polizia francese. Si trova a indagare sul caso di un ragazzo, Guillaume, che ha partecipato a una manifestazione dei gilet gialli. Così inizia il film Il caso 137 del regista Dominick Moll.
Il ragazzo era con la famiglia, non politicizzata, a protestate contro l’indifferenza delle istituzioni per i piccoli centri dove i servizi vengono smantellati e le politiche sociali sono ridotte al minimo. La loro era una partecipazione pacifica che aveva quasi il sapore di una gita nella capitale.
Verso la fine della manifestazione Guillaume viene colpito alla testa da un proiettile di gomma, le conseguenze della ferita sono permanenti.
Stèphanie indaga, raccoglie i filmati delle varie telecamere, li confronta, si procura i tracciati dei cellulari, con un tecnico studia le traiettorie dei proiettili, scopre un testimone molto reticente (la mia parola contro quella di un poliziotto…).
Interroga i poliziotti in servizio, specie quelli in borghese delle squadre speciali (antiterrorismo) chiamati dal ministero al mantenimento dell’ordine. Tutti negano di avere a che fare con il ferimento. Tutti le ricordano i rischi che corrono e forze dell’ordine, le azioni contro di loro delle frange violente dei manifestanti.
Eppure Stéphanie non ne è convinta, incrocia i dati e riconosce la squadra che ha sparato al ragazzo. Anche posti davanti alle prove i colleghi sono reticenti, adducono giustificazioni assurde, in più dall’alto e dal sindacato (compreso il suo ex marito) arrivano pressioni per insabbiare il caso. Stéphanie sostiene che se si lasciano impuniti i poliziotti violenti si fa un torto a tutti quelli che si comportano correttamente e la gente deve avere fiducia nelle forze dell’ordine.
Sa, glielo dice suo figlio adolescente, che i poliziotti, spesso, non sono amati, dice niente l’acronimo ACAB? Il ragazzino addirittura si vergogna di dire che il padre è un poliziotto e davanti agli amici sostiene sia un insegnante.
In più, le persone soprattutto le più umili e indifese che Stéphanie incontra, compresa la famiglia di Guillaume, sono convinte che sia impossibile ottenere giustizia se c’è di mezzo la forza pubblica.
Ciò nonostante, la donna, che tra l’altro conosce l’ambiente (Saint Dizier) da cui proviene il ragazzo ferito perché è la sua città natale e lì vivono i suoi, non demorde e non si fa influenzare da nulla, continua a lavorare perché la verità emerga e la giustizia possa essere applicata.
Il caso 137 è un film che può sembrare un thriller e, invece, è una riflessione sulla giustizia, è un cinema civile un po’ come i film di Elio Petri.
Asciutto, implacabile, pone allo spettatore domande fondamentali sull’essenza della democrazia e lo fa senza manicheismo perché analizza tutti i dati e i punti di vista, cosa non da poco ai nostri tempi.
Il caso 137 non è un film di nicchia, innanzitutto per il suo racconto avvincente, asciutto e ricco al contempo di emozioni. Inoltre, intreccia storie apparentemente secondarie, ma dense di emozioni e interrogativi, con quella principale di sapore poliziesco.
Da sottolineare la recitazione dell’attrice Lea Drucker, sempre misurata nel ruolo non facile di Stéphanie, una recitazione che colpisce lo spettatore.
Trailer del film:
https://www.youtube.com/watch?v=c1ncNK-Dwqc



