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Le paure di Pedro

Tempo di lettura: 3 minuti

Raúl è un regista maturo che da qualche anno non riesce a girare un film. Comincia così l’ultima opera di Pedro Amodóvar Amarga Navidad presentata a Cannes. Ed è come un Natale amaro, come la canzone cantata nel film da Chavela Vargas, quello vissuto dai protagonisti del film.

Raúl ritrova l’ispirazione quando Monica, la sua prima lettrice da vent’anni, lo abbandona. Monica deve stare al fianco della sua compagna in un momento particolarmente difficile.
La storia che Raúl sta scrivendo vede protagonista Elsa, una regista che dopo due film “di culto”, cioè quelli privi di successo commerciale ma amati follemente dai pochi che li hanno visti, riesce finalmente a scrivere un copione.

Elsa (ispirata a Monica e allo stesso Raúl-Almodóvar) per il suo copione attinge alle vite del suo compagno Beau, un aitante pompiere che nei fine settimana fa lo spogliarellista, e di due amiche. Le amiche sono Patricia, madre di un bambino e con un marito che la tradisce ma che lei non riesce a lasciare, e Natalia che vive un terribile lutto: la morte del figlio in un incidente.

Come Elsa anche Raúl pesca materiale per il film nelle confidenze delle persone vicine, in particolare gli interessano il dolore, le paure, le perdite, la morte. Così facendo Raúl e la stessa Elsa ‘vampirizzano’ la vita delle persone care. Nel film nel film vediamo Elsa invitare le amiche in crisi a Lanzarote per stare loro accanto, ma allo stesso tempo la vediamo trascrivere le loro sofferenze nel testo che sta scrivendo.

La sceneggiatura di Elsa/Raúl, una volta completata, appare esile e banale. Lo rivela rabbiosamente Monica a Raúl, sbattendogli in faccia il suo fallimento, nonché il cinismo e la scorrettezza di ricorrere al dolore delle persone care per un film. E poi gli urla:«Chi credi di essere per salvare la gente? La finzione non ha questo potere».

Lo scontro, nel giardino di un bar, è violento, ma da esso il regista ha un’illuminazione: sono la sua vita, la sua crisi professionale, le paure e il dolore che sempre accompagna la sua esistenza a essere più interessanti e a poter diventare materia di film (un po’ come Fellini con 81/2).

La protagonista in un frame del film

L’illuminazione sembra scacciare il timore di essere diventato, senza accorgersene, un impantanato regista di culto, proprio come Elsa, ormai privo di creatività.

Per il resto Almodóvar è bravissimo con l’uso degli spazi, dei colori saturi e delle musiche che sono elementi importanti della narrazione, anche se manca la gioia dei primi film e in alcuni momenti, il meccanismo del triplice rispecchiamento: Elsa è Raúl che a sua volta è Almodóvar, rende poco fluida la narrazione.

Insomma, in quest’opera meta-cinematografica di Almodóvar, senza finale, perché neppure Raúl lo conosce, si apprende, mentre i titoli di coda scorrono sulle dita del regista ritrovato che batte sui tasti, che ci sarà un altro film.

Pedro Almodóvar sostiene che questa è l’opera in cui si è messo più in gioco e che lo ha fatto soffrire.

Trailer del film:
https://www.youtube.com/watch?v=HNMPLw6Mvug

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