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Scisma di destra, stupidità e arroganza della politica

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Lefebvre e i suoi discendenti. Anche la Chiesa cattolica ha la sua “estrema destra”: è una ferita prodottasi negli anni Settanta, poi rimasta cicatrizzata per tanto tempo. Si è riaperta in questi giorni a Écône (Svizzera), alla presenza di ventimila persone, con la consacrazione di quattro nuovi vescovi decisa dalla comunità religiosa fondata dall’arcivescovo Marcel Lefebvre (1905-1991), senza il mandato del Papa. Siamo ormai allo scisma e alla scomunica. Erano presenti anche personaggi della destra europea e gli italiani Mario Borghezio, ex leghista passato al partito di Vannacci e due aderenti a Forza nuova.

La prima frattura tra Lefebvre e il Vaticano avvenne 51 anni fa, nel maggio del 1975 dopo che la Santa Sede aveva ordinato la chiusura del seminario di Écône e lo scioglimento della “Fraternità sacerdotale San Pio X“ che vi risiedeva. Lefebvre, che ne era il Superiore generale, disubbidì e organizzò una manifestazione di protesta cui parteciparono i suoi sacerdoti, altri provenienti da alcune località svizzere e qualche centinaio di fedeli.

La vicenda fece scalpore e nel giorno del “raduno” il Corriere della Sera, dove lavoravo da alcune settimane, mi mandò a Écône. Sottolineo che a quei tempi non mi ero mai occupato di problemi ecclesiastici. Ma riuscii a scambiare qualche parola col Superiore, il quale alla ovvia domanda sulle ragioni della sua ribellione, mi rispose in latino: «Quod si Papa officium suo non facit, quid facendum est?», che tradotto significava: «Se il Papa non compie il suo dovere, come dobbiamo agire?». Poi continuò in francese: «Noi rifiutiamo e abbiamo sempre rifiutato di seguire le tendenze neo-moderniste che hanno contribuito e contribuiscono alla demolizione della Chiesa».

L’anno dopo il Papa, Paolo VI, lo punì con la sospensione a divinis che contemplava anche il divieto di celebrare la messa e amministrare i sacramenti.

La crisi risaliva agli anni successivi al Concilio Vaticano Secondo voluto da Papa Giovanni XXIII nel 1962. Lefebvre, già missionario in Africa e figura autorevole dell’episcopato francese, contestava insieme ad altri religiosi le principali riforme conciliari, in particolare quelle riguardanti la liturgia, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e la concezione della libertà religiosa. Convinto che la Chiesa stesse attraversando una grave crisi dottrinale, nel 1970 fondò la Fraternità Sacerdotale San Pio X, con l’obiettivo dichiarato di preservare la liturgia tradizionale precedente al Concilio.

I rapporti con la Santa Sede si deteriorarono progressivamente. Dopo anni di tensioni e tentativi di dialogo, la frattura totale avvenne nel 1988 quando nel seminario di Écône, vennero consacratiquattro nuovivescovi senza l’autorizzazione pontificia richiesta dal diritto canonico. La Santa Sede giudicò quelle consacrazioni un atto gravissimo di disobbedienza che configurava uno scisma e scomunicò i quattro religiosi.

Pochi giorni prima, Giovanni Paolo II aveva rivolto un drammatico appello a Lefebvre perché rinunciasse al gesto, ma senza successo. Con il motu proprio Ecclesia Dei, il Pontefice denunciò l’atto come una ferita all’unità della Chiesa e invitò i fedeli a rimanere in piena comunione con Roma. Per oltre vent’anni quella ferita rimase aperta. Nel frattempo Joseph Ratzinger, divenuto Papa con il nome di Benedetto XVI, fece molti passi per la riconciliazione. Ma la decisione provocò dure polemiche all’interno del Vaticano che si aggravarono dopo che uno dei quattro vescovi scomunicati, l’inglese Richard Williamson, rilasciò delle dichiarazioni negazioniste sulla Shoa.

Oggi lo scisma di Écône sancisce la nascita di una fazione della Chiesa cattolica che si allea alle forze politiche reazionarie, cosa che già è avvenuta negli Stati Uniti di Trump tra le tante Chiese protestanti. Gli appartenenti a questi gruppi dissidenti non vogliono che la religione compia il proprio dovere, cioè quello di proteggere i deboli, predicare per i diritti e per la pace.

Marcel Lefebvre. Founder of the Society of Saint Pius X. Foto di Jim, the Photographer – Wikimedia

Il segretario generale della NATO ed ex premier olandese, Mark Rutte, ne ha fatta un’altra delle sue e non si sa se abbia agito per piaggeria, servilismo oppure per ottusità. In previsione del vertice dell’Alleanza previsto per i primi di luglio, si è recato a Washington per rendere omaggio al suo grande amico Donald Trump. Dopo l’incontro con “Daddy” (Paparino) in un’intervista alla Fox News, rete Tv molto vicina al presidente USA, ha dichiarato che durante la guerra contro l’Iran 500 aerei americani erano decollati dalle basi italiane.

Di fronte a quella uscita insensata del segretario della NATO, la premier Meloni e il ministro della Difesa Crosetto sono rimasti sbalorditi: si sono chiesti il perché di quella rivelazione. Il numero degli aerei decollati sarebbe stato di duecento e per operazioni normali, non belliche.    

Se le parole di Rutte corrispondessero alla verità, non si spiegherebbero le accuse di Trump contro l’Italia “colpevole” di non aver collaborato con gli USA durante il conflitto con l’Iran. Perciò a Roma si sospetta che sia stata una vendetta per lo sganciamento critico della Meloni dal capo della Casa Bianca. Comunque sia andata, il leader di una alleanza militare non dovrebbe mai diffondere notizie segrete che riguardano la sua sfera di competenza soprattutto se concerne un’organizzazione militare.

Se fosse accaduto qualche anno fa Rutte sarebbe stato cacciato immediatamente. Invece i Paesi della NATO hanno taciuto, tranne l’Italia, ovviamente. E lo avevano fatto anche quando al vertice NATO dello scorso anno mentre Trump sparava le sue offese sull’Europa, Rutte oltre ad assentire sorridendo, alla fine degli sproloqui disse: «Quando Daddy si arrabbia vuol dire che ha ragione».

Mark Rutte sorridente a fianco di Trump (Euronews)

La Meloni e la “visione” del Quirinale. Forse la presidente del Consiglio non ha compreso bene il significato della sconfitta al recente referendum e cioè che il 54% degli elettori ha respinto la sua legge anticostituzionale. Non ha anche compreso che i quasi quattro anni del suo governo sono stati un fallimento a partire dalla totale inefficienza, per arrivare agli scandali e agli scandaletti degni di una farsa napoletana.

Adesso si è inventata un altro obiettivo, cioè la scalata delle destre al Quirinale che, secondo la sua immaginazione, è stato quasi sempre in mano alle sinistre. Forse se avesse consultato l’elenco dei presidenti della Repubblica dal 1946 in poi, si sarebbe resa conto di aver commesso un errore. Probabilmente ne era consapevole, ma non si è corretta sapendo che i suoi elettori le avrebbero creduto: chi l’ha votata non conosce i significati di Repubblica e di Costituzione.

Giorgia Meloni con il Presidente Sergio Mattarella e la figlia – Foto: frame da un video del Quirinale
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