
India, gli “scarafaggi” entrano in politica
Tutto è nato da un’uscita del Presidente della Corte Suprema dell’India, Surya Kant, del 15 maggio che accusava i giovani disoccupati di essere parassiti, influencer e sfaticati – degli scarafaggi. Il resto è storia recente. In seguito, ha precisato che era stato frainteso, che intendeva riferirsi a chi esercita certe professioni con titoli di studio falsi, ma il danno era ormai già stato fatto.
Il 16 maggio, Abhijit Deepke (uno studente indiano della Boston University) ha lanciato su X una provocazione: “E se tutti gli scarafaggi si unissero?”. Da quella battuta è nato il Cockroach Janta Party, o CJP (Partito dello Scarafaggio), nome che richiama esplicitamente il Bharatiya Janata Party di Modi, BJP. Non è un partito politico ufficiale: solo un sito web, una pagina social, un meme diventato fenomeno di rete nel giro di pochissimi giorni. La crescita è stata senza precedenti. In due giorni, il CJP aveva già 40.000 follower su X. In quattro, superava gli 8 milioni su Instagram, lasciandosi alle spalle il BJP, considerato il partito politico con più iscritti al mondo.
Oggi su Instagram il CJP supera i 22 milioni di follower: oltre il doppio del BJP (circa 9 milioni), più di una volta e mezza del Congresso Nazionale Indiano (13,4 milioni) e quasi dodici volte il Partito Aam Aadmi (1,9 milioni). Su X, nel giro di tre o quattro giorni, ha raggiunto 13,4 milioni di follower, oltre il 60% del BJP (23 milioni).
Le parole del Presidente della Corte Suprema avevano toccato un nervo scoperto. L’India ha una delle popolazioni più giovani del mondo: secondo un recente rapporto dell’Università Azim Premji di Bengaluru, nel Paese vivono più di 360 milioni di persone tra i 15 e i 29 anni. Gra parte di questi giovani sono senza lavoro: non ci sono abbastanza posti, i salari sono inadeguati, le condizioni spesso inaccettabili, e i prezzi continuano a salire. Quasi il 40% dei laureati under 25 sono disoccupati, e circa il 20% dei giovani tra i 20 e i 29 anni è senza lavoro.
Poi c’è il manifesto, satirico nel tono ma serissimo nei contenuti, le cui cinque richieste toccano i punti più caldi della politica indiana: indipendenza della magistratura e della commissione elettorale (quest’ultima considerata da molti compromessa); una riserva del 50% per le donne in Parlamento e nel governo; revoca delle licenze editoriali dei media sotto il controllo degli Ambani e Adani (gli uomini più ricchi indiani vicini al governo); il divieto per vent’anni di candidarsi per chi cambia partito.
La gente ne ha abbastanza. I sostenitori del CJP sono stati incoraggiati a diventare attivisti, segnalare buche stradali, abusi di potere, disfunzioni quotidiane, trasformando la satira in una forma di denuncia collettiva dal basso.
Il CJP ha incanalato qualcosa di reale: la frustrazione di una generazione stanca dei giornali che non danno notizie ma ripetono la propaganda del governo, della disoccupazione che avanza, dell’inflazione, di un sistema che non li ascolta. Una generazione la cui vita, come ha detto il giudice, assomiglia sempre di più a quella di uno scarafaggio.
È possibile che il CJP rimanga un fenomeno effimero. Ma questo non è il punto: il consenso enorme che ha raccolto è di per sé sintomatico di qualcosa di più profondo soprattutto se guardiamo al contesto regionale.
Negli ultimi anni, l’Asia meridionale è stata testimone di un’ondata di movimenti guidati dai giovani che hanno fatto cadere governi consolidati, in risposta alla corruzione percepita e al radicato clientelismo politico. Si è aperta la strada a una politica non ideologica nel senso tradizionale, non di sinistra né di destra, non affiliata a questo o a quel partito, ma animata dalla disillusione e dalla rabbia.
Nel 2024, in Bangladesh, una rivolta studentesca si è trasformata in un movimento di massa che ha coinvolto decine di milioni di persone, rovesciando infine il governo autocratico di Sheikh Hasina e costringendola all’autoesilio nella vicina India.
Un anno dopo, in Nepal, l’attivismo guidato dai giovani ha rimodellato ancora una volta il panorama politico, facendo cadere il governo e aprendo la strada a Balendra Shah, un rapper diventato politico, per salire al potere. In Sri Lanka, Aruna Kumar Desanayake è diventato presidente da outsider assoluto, proveniente da un piccolo partito di sinistra.
Difficile dire che possa accadere anche in India. La presa di Modi rimane forte: il primo ministro continua ad essere molto popolare, continua a vincere elezioni con mandati importanti e il suo partito, ha ampliato la presenza anche in regioni storicamente ostili.
Restano, però, seri motivi di preoccupazione, altrimenti non ci si spiegherebbe perché il governo sia intervenuto con tutto il peso dello Stato.
Il Cockroach Janta Party era nato come una battuta, e anche i criteri di iscrizione lo erano. Il modulo prevedeva solo tre domande: Sei pigro? Passi ore online? Ti identifichi come uno scarafaggio? Se le risposte sono sì, puoi unirti al partito. Chiunque avrebbe potuto liquidarlo come uno scherzo innocuo. Eppure non è andata così.
Pochi giorni dopo la sua fondazione, gli account su Instagram e X sono stati oscurati per ordine delle autorità con l’accusa di rappresentare una minaccia alla sicurezza nazionale. Non solo. Il numero WhatsApp di Abhijeet è trapelato online. Ha iniziato a ricevere minacce di morte: «Chiudi questo account oppure unisciti al BJP, altrimenti verrai ucciso in America.» È partita anche la campagna di diffamazione sistematica, come sempre capita i questi casi.
Il fondatore del CJP, Deepke, ha dichiarato all’Associated Press che «cinque anni fa nessuno era pronto a parlare contro Modi o il governo e che ora i tempi “stanno cambiando”.
La vera questione, quindi, non è se il Cockroach Party abbia un futuro politico. La vera questione è che lo scontento, soprattutto fra i giovani, è molto alto, nonostante la popolarità di Modi. Ma non solo. È evidente che in India la libertà di espressione è gravemente compressa. Vale ricordare il continuo declino dell’India nella classifica mondiale della libertà di stampa. Il partito dello scarafaggio è un caso lampante di satira, non un’opposizione seria, non una minaccia reale. Se anche una battuta può costare la sospensione degli account e le minacce di morte, se persino la satira fa questa paura, allora il re è veramente nudo.


