
Berlino, specchio della Germania
Alle ultime elezioni locali in Germania, a Berlino l’ondata di estrema destra della AfD è stata trattenuta rispetto agli esiti di altre località: ha guadagnato “soltanto” il 6% in più rispetto al voto precedente. La Linke, di estrema sinistra, è risultata il primo partito col 25,7% di voti che potrebbe governare sulla città assieme a Verdi e SPD (socialdemocratici). La CDU, cristiano sociale, cui apparteneva l’ultimo borgomastro, ha perso il 10% di voti scendendo al 18,8%.
Con questi risultati Berlino sembra aver riacquistato l’atmosfera di un tempo quando era divisa tra Est e Ovest e nella parte occidentale i socialdemocratici mantenevano quasi sempre la maggioranza assoluta. Ma questa volta sono stati superati a sinistra grazie anche al voto di molti giovani.

Prima della caduta del Muro, Berlino Ovest era un’isola della Germania occidentale circondata dal territorio della DDR, “Repubblica democratica tedesca”, cioè comunista, dipendente dall’URSS. Per raggiungerla provenendo da Ovest in auto o in autobus, si percorrevano solo alcune autostrade con un percorso obbligatorio dalle quali era vietato uscire o fermarsi in luoghi non autorizzati. Oppure si prendevano treni con vagoni (passeggeri) piombati e severamente sorvegliati dai controlli dei doganieri e della polizia che trattavano con estrema scortesia i viaggiatori. Come se fossero stati dei nemici.
Era più facile arrivare in aereo, a prezzi scontati, salendo da Monaco di Baviera o altri grandi aeroporti della Repubblica Federale per atterrare a Tegel o Tempelhof, nella zona occidentale della città.
Nonostante quelle limitazioni, durante gli anni della divisione, Berlino Ovest si trasformò in un’isola geopolitica unica al mondo. Circondata dal territorio della Germania Est e separata dal cemento del Muro, la parte occidentale della città non scivolò affatto nell’isolamento o nella depressione. Al contrario, divenne un incredibile polo di attrazione per i giovani, i pacifisti, gli artisti e gli studenti di tutta la Germania Federale. Questa vivacità fu il risultato di una precisa strategia politica ed economica condotta dal governo locale e da quello di Bonn, decisi a dimostrare la superiorità del modello occidentale proprio nel cuore del blocco sovietico.
Per evitare lo spopolamento dell’avamposto democratico, il Comune attuò una serie di massicce agevolazioni economiche finanziate dal bilancio federale. Il beneficio più celebre e attrattivo per i giovani era l’esenzione totale dal servizio militare obbligatorio: bastava trasferirsi e prendere la residenza a Berlino Ovest per non essere arruolati nella Bundeswehr.
A questo si aggiungeva il cosiddetto “Berlin-Zulage”, un ricco sussidio economico statale in aggiunta agli stipendi per i lavoratori, volto a compensare il disagio di vivere in una città isolata. Inoltre gli studenti universitari erano esenti da tasse e ricevevano un alloggio gratuito. Grazie a questi incentivi e a forti sovvenzioni pubbliche, il costo della vita rimase incredibilmente a buon mercato. Gli affitti delle case, soprattutto nei quartieri operai e di frontiera come Kreuzberg e Schöneberg, erano accessibili a chiunque, permettendo la nascita di una vivace cultura underground.
La guida di questa complessa realtà fu affidata a figure politiche di primissimo piano, molte delle quali appartenenti al Partito Socialdemocratico (SPD), che governò per lunghi periodi. Il primo sindaco fu Ernst Reuter, che guidò la transizione della città durante il drammatico blocco sovietico del 1948.
Successivamente, Willy Brandt divenne il simbolo della resistenza e della speranza di Berlino Ovest; ricoprì la carica di Borgomastro-governatore dal 1957 al 1966, vivendo in prima linea la costruzione del Muro nel 1961 per poi diventare Cancelliere federale. Negli anni successivi si distinsero altri primi cittadini di rilievo.

Ma dopo la caduta del Muro tutto cambiò nella città divenuta la capitale della Repubblica Federale. Gli entusiasmi per la riunificazione scomparvero presto: molti lavoratori dell’Est e studenti abbandonarono il settore ex comunista per trasferirsi nella parte più viva della città. C’era una grande differenza tra le due Berlino: la ex comunista era una città cupa, i palazzi costruiti nel dopoguerra mantenevano lo stile del classicismo socialista, detto anche dell’impero staliniano; le industrie erano obsolete e fortemente inquinanti. A Berlino Est nel 1950 il regime aveva abbattuto il Berliner Staatschloss, un tempo sede degli imperatori prussiani, per costruire il “palazzo del popolo”. L’ultima volta che sono stato nella città ormai riunita questo palazzo veniva a sua volta abbattuto perché carico di amianto.
Con l’unificazione era stato eliminato gradualmente il Berlin Zulage provocando delusione tra la popolazione proveniente da Est che sotto il regime riceveva un welfare molto esteso nella sanità, nelle scuole gratuite sino all’università. Ma a quel tempo mancava la libertà; l’oppressione della dittatura comunista equivaleva quasi a quella nazista: la polizia segreta, la Stasi, agiva con gli stessi metodi della Gestapo hitleriana.
Ma nella Berlino unificata i privilegi finirono presto: il costo della vita aumentò e gli affitti rincararono notevolmente; una buona parte degli edifici abitativi era passata sotto il controllo dei grandi gruppi immobiliari. Il Link, giovame partito di estrema sinistra, aveva proposto recentemente di espropriarli, ma sia il sindaco Kei Wegner (della CDU) e il cancelliere Merz si opposero al progetto affermando che quegli espropri «avrebbero portato Berlino alla rovina». Di conseguenza i berlinesi alle ultime elezioni hanno bocciato il sindaco e il suo partito.
Quanto è accaduto nella capitale dal dopoguerra in poi può essere esteso a tutta la Germania. Oggi il Paese affronta una grave crisi, le industrie licenziano – la sola Volkswagen manderà a casa 100.000 lavoratori – e la risposta della popolazione è stata quella di abbandonare i vecchi partiti per spostarsi agli estremi. Nei Land appartenuti ai territori ex comunisti il partito neonazista ha superato tutti gli altri con un elevato vantaggio. Ci si domanda: come mai il ritorno politico a quel terribile passato hitleriano?
La risposta potrebbe essere raccolta da un articolo di George Orwell scritto sul giornale The Observer dal quale era stato mandato nel 1945 come inviato nella Germania appena sconfitta dagli Alleati. «Manifestavano rabbia per aver perso, non per aver peccato», scrisse. Sottolineò anche che i civili e i prigionieri tedeschi mostravano un forte senso di autocommiserazione. «Erano arrabbiati e disperati per la distruzione delle loro città, per la fame e per le conseguenze catastrofiche della sconfitta, ma non manifestavano una reale transizione morale o un rimorso sincero per l’ideologia nazista».



