
II risveglio della Magistratura dopo rinvii e depistaggi
Le notizie giudiziarie che i giornali riportavano a grandi lettere lunedì 28 settembre, sembravano l’incipit di un grosso romanzo giallo – poliziesco, diviso in vari capitoli, che condivideva con la realtà la stessa struttura narrativa.
Mi riferisco prima di tutto al “caso Garlasco” dove è spuntato un DNA scomparso per 19 anni che potrebbe sostenere l’innocenza di Alberto Stasi condannato per l’omicidio di Chiara Poggi. Il colpo di scena riguarda le recenti indagini della Procura di Pavia che hanno portato alla scoperta di un test con esito negativo, risalente al 2007, che non sarebbe stato mai depositato nei fascicoli processuali.
Sarebbe stato certificato un gravissimo errore nella gestione delle prove scientifiche. La difesa utilizzerà questo elemento per chiedere una revisione del processo, dimostrando che in Italia l’errore umano o procedurale può condizionare una condanna a 16 anni.
In un altro capitolo, lo stesso giorno a Roma, la perizia scientifica composta dalla Commissione parlamentare d’inchiesta ha formalmente ribaltato la verità storica sulla morte dell’ex capo comunicazione del Monte dei Paschi di Siena. I tecnici hanno concluso che David Rossi fu aggredito da almeno duepersone prima di cadere dalla finestra del suo ufficio nel 2013. Il caso, archiviato in passato come suicidio per ben due volte, appare ora come un’aggressione mortale.
La gestione iniziale delle indagini è stata definita da più parti e dalla Commissione come lacunosa e superficiale, che ha ignorato dettagli macroscopici. La verità emerge a distanza di 13 anni solo grazie alla tenacia della famiglia e all’intervento del Parlamento, evidenziando una preoccupante resistenza iniziale del sistema a indagare nei contesti di potere.
Altra notizia, la morte di Giulio Regeni: la Corte d’assise ha condannato a 10 anni di carcere, in contumacia, tre agenti dei servizi segreti egiziani (per il reato di sequestro di persona, mentre le accuse di omicidio e lesioni sono cadute per insufficienza di prove). In questo caso, il ritardo eccessivo non è imputabile solo alla macchina burocratica italiana, ma al totalemuro di gomma eretto dall’ Egitto che ha attuato continui depistaggi e si è rifiutato di fornire persino gli indirizzi degli imputati, costringendo i magistrati italiani a un “processo contro il silenzio” pur di non lasciare il crimine impunito.

L’ultima: sulla strage di Ustica avvenuta il 27 giugno del 1980 (46 anni fa), la Francia si è decisa a rivelare la documentazione su quanto accadde nei cieli dell’isola al DC 9 dell’Itavia precipitato nel Mediterraneo con 81 persone a bordo. Varie ipotesi sono state formulate nel corso degli anni riguardo alla natura, alla dinamica e alle cause dell’incidente: una delle più battute, e accettata con valenza in sede civile, riguarda un coinvolgimento internazionale, in particolare francese, americano e libico. L’ aereo passeggeri si sarebbe trovato sulla linea di fuoco di un combattimento e sarebbe stato bersagliato per “errore” da un missile lanciato da un caccia francese o della Nato con l’intenzione di colpire un Mig libico i cui rottami furono rinvenuti il 18 luglio in un bosco tra le montagne della Sila. Accanto, il corpo del pilota in forte decomposizione. Le analisi appurarono che la sua morte avvenne una ventina di giorni prima, forse quando precipitò il DC 9 dell’Itavia.

In quei giorni i tentativi di depistaggio costituiscono una delle pagine più buie e intricate della storia della Repubblica Italiana. Per decenni, alti comandi militari ed esponenti degli apparati di sicurezza dello Stato avevano nascosto, alterato o distrutto prove per proteggere segreti militari internazionali, ostacolando il lavoro della magistratura.
Le dichiarazioni dell’Aeronautica italiana e dei ministeri competenti crearono un intrigo di notizie risultate ingannevoli, contraddittorie e lontane dalla realtà. Sembravano appartenere alla complessa trama di un romanzo di spionaggio internazionale. Nelle ore successive alla tragedia, le istituzioni ufficiali dettero con certezza la versione che l’aereo dell’Itavia fosse precipitato per il cedimento strutturale dovuto alla cattiva manutenzione. Questa tesi fu immediatamente abbracciata dal Corriere della Sera che a quel tempo, guarda caso, era dominato dalla loggia massonica P2. Ma poiché la versione del cedimento non reggeva, si passò alla tesi dell’esplosione di una bomba collocata nella toilette dell’aereo. Ma i due “racconti” furono smentiti dalle successive perizie.
Dalle inchieste della magistratura – e anche giornalistiche compiute intensamente soprattutto da Andrea Purgatori – trapelarono notizie sui tentativi fatti dai vertici di certe istituzioni per coprire la verità. Per quanto riguarda i tracciati radar su quella notte del disastro, furono manomessi. Al centro radar di Marsala i nastri della registrazione che rappresentavano una prova inconfutabile, vennero misteriosamente tagliati proprio nelle parti che coincidevano con il passaggio del DC 9. Molti ufficiali operatori in servizio in quelle ore dissero di “non ricordare”.
Nei tempi successivi alla strage, alcuni testimoni chiave e addetti ai radar della notte del 27 giugno, morirono in circostanze insolite o tragiche prima di poter testimoniare pienamente davanti ai magistrati.
Più tardi, alti ufficiali dell’Aeronautica furono accusati di alto tradimento e di depistaggio per aver occultato la verità su Ustica e alcuni di loro erano iscritti alla loggia P2. Al processo in Assise del 2005 furono assolti perché “il fatto non sussiste” e altrettanto avvenne in Cassazione nel 2007.
Le vicende emerse in questi giorni mettono a nudo anche il volto terribile dell’Italia tra gli Anni settanta e ottanta, sottoposta alle infiltrazioni eversive e mafiose nelle istituzioni, con le lentezze burocratiche e le profonde contraddizioni del sistema giudiziario. Oggi Il senso di smarrimento e frustrazione di fronte a verità che arrivano dal passato con decenni di ritardo, rispecchia il sentimento di molti cittadini che si chiedono dove risieda la certezza del diritto.
L’Italia si trova a convivere con una giustizia a doppia velocità: da un lato, è un sistema capace di autocorreggersi e di continuare a cercare la verità anche a distanza di decenni (come dimostrano le riaperture dei casi e la tenacia di alcuni magistrati); dall’altro una cronica farraginosità burocratica e vulnerabilità agli errori investigativi.
È da precisare, però, che la recente legge sulla magistratura varata dal governo di destra e poi bocciata dal referendum, non intendeva migliorare il corso della Giustizia, ma sottoporre i magistrati al controllo del potere politico, quindi a sminuire la loro indipendenza.
Se oggi stigmatizziamo i ritardi dei tre casi elencati, potremmo confrontarli con le indagini e i processi per i gravi attentati contro la nostra democrazia compiuti a partire da quello di piazza Fontana del 1969.
La tragedia di “piazza Fontana” ha dato inizio alla “strategia della tensione” che aveva l’obiettivo di bloccare con azioni terroristiche le spinte riformiste, l’avanzata delle sinistre e di spaventare l’opinione pubblica per poi giustificare un colpo di Stato con conseguenti spinte autoritarie.
Per un paradosso l’espressione “strategia della tensione” fu coniata dal settimanale inglese The Observer nel dicembre del 1969 che fece un quadro preciso di quanto stava accadendo in Italia. Al contrario il Corriere della Sera, diretto da Spadolini fino al 1972, continuò anche con gli editoriali di Indro Montanlli, a sostenere la pista anarchica. Lo scopo era sempre quello di indurre l’opinione pubblica ad accettare governi forti.

Le stragi continuarono con attentati dinamitardi di matrice neofascista, accompagnati da depistaggi protetti da servizi segreti dello Stato. Vennero definiti “apparati deviati “, ma nel governo democristiano qualche ministro sapeva molto di più. Non bisogna dimenticare i successivi attentati come quelli di piazza della Loggia a Brescia, la strage di Bologna e le bombe fatte esplodere sui treni. Tutti episodi che attestano il complice intervento negativo di molti settori dello Stato assieme a intrusioni provenienti da Paesi “amici”.


