
Nelle elezioni la speranza che il mondo cambi
Negli scorsi giorni tre elezioni svoltesi a raffica hanno catturato l’interesse di una buona parte dei governi e dell’opinione pubblica di mezzo mondo. Sono quelle del Brasile, della Serbia e di Israele che hanno dato segnali contraddittori.
Nel primo Paese il presidente progressista Lula è stato confermato nel ballottaggio con 10 milioni in più sull’avversario Flavio Bolsonaro che al primo turno aveva ottenuto la maggioranza. In Serbia, ha vinto il partito dei giovani che da due anni lottavano contro il regime corrotto di Alexander Vucic, grande amico di Putin. Infine in Israele il premier Netanyahu, pur non avendo raggiunto la maggioranza assoluta è stato votato da quasi una metà degli elettori, conservando il consenso preelettorale.
Ma non è finita: tra pochi giorni alle elezioni di medio termine negli Stati Uniti una possibile vittoria dei democratici deciderà forse la fine del populismo autocratico di Trump. Se avverrà, l’attuale volto dell’America potrebbe cambiare anche a beneficio dell’Europa e di altri Paesi. Infine il 28 novembre si voterà anche in Spagna con elezioni anticipate volute dal dimissionario premier Pedro Sanchez.
Con l’arrivo dell’anno nuovo, nel giro di pochi mesi un’altra serie di chiamate alle urne ci dirà se le turbolenti linee di tendenza attuali verranno spazzate via da nuovi corsi politici, non confermate o addirittura rafforzate.
L’anno elettorale in corso sta delineando una profonda riconfigurazione degli equilibri geopolitici globali, evidenziando una inversione di tendenza rispetto al consolidamento delle forze conservatrici e nazionaliste degli scorsi anni. Questo mutamento non si configura come un fenomeno isolato, bensì come una reazione a catena transnazionale alimentata dalle comuni istanze democratiche.
L’esempio più emblematico di questa ondata di cambiamento si era registrato in Ungheria, dove lo storico ribaltamento politico ha visto la netta affermazione del partito TISZA guidato da Péter Magyar, che ha posto fine a sedici anni di governo ininterrotto di Viktor Orbán. L’altissima affluenza alle urne in territorio ungherese ha dimostrato la volontà popolare di ricucire i rapporti con le istituzioni europee e di ripristinare i contrappesi democratici fondamentali. Il 28 novembre si voterà in Spagna e vedremo cosa accadrà nel prossimo anno in Francia, in Germania e in Italia.
Ma c’è da chiedersi se l’ondata reazionaria che avvolge l’Europa, verrà infranta da quella parte dell’opinione pubblica il cui malcontento legato alla gestione delle crisi economiche e alle disuguaglianze sociali, spinge gli elettori a cercare risposte nelle piattaforme di centro-sinistra e liberali. I programmi focalizzati sulla transizione ecologica, sui diritti civili e sul rafforzamento dei sistemi di welfare pubblico stanno riconquistando una centralità che sembrava smarrita? Anche nei contesti in cui i partiti conservatori mantengono una base solida, si nota un marcato spostamento dell’elettorato moderato verso coalizioni trasversali impegnate nella difesa delle istituzioni democratiche tradizionali.
Oltre i confini europei, le recenti tornate elettorali in America Latina hanno invece spostato il potere a destra, come è avvenuto dopo l’Argentina, in Cile, in Colombia, in Bolivia e nelle Repubbliche delle banane. Il Brasile è ormai l’unica grande nazione latino americana che non ha ceduto a Trump che complotta per riportare il subcontinente al livello della antica dottrina del “Giardino di casa” creata nell’800 dal presidente Monroe.
Oggi la maggior attenzione verso le elezioni si rivolge su Israele i cui risultati elettorali definitivi arriveranno entro il 4 novembre con le schede votate dai militari che occupano il sud del Libano e il Golan siriano. Ma è certo che i due fronti politici contrapposti non potranno ottenere una maggioranza assoluta: il blocco di Netanyahu, sui 120 seggi della Knesset ne ha 53, mentre quello dell’opposizione 48. L’unica strada per governare dipende dall’alleanza con i partiti dei cittadini arabi (in realtà palestinesi musulmani e cristiani) che hanno ottenuto 19 seggi.
Ovviamente questo appoggio non potrà mai sostenere il fronte dell’attuale premier e non è certo che venga accettato dai partiti più conservatori dell’attuale opposizione. Anche il fronte arabo non sarebbe favorevole a entrare in un nuovo governo a meno che non ottenga condizioni migliorative tra le quali la fine della loro discriminazione sociale e strutturale imposta dai vari governi ebraici.
Chiederebbero soprattutto l’eliminazione della legge approvata nel 2018 che definisce lo Stato d’Israele “La casa nazionale del popolo ebraico” considerata discriminatoria nei confronti dei cittadini arabi di Israele e delle altre comunità minoritarie. Questa legge ha cancellato i contenuti della dichiarazione di indipendenza del 1948 che poneva tutti i cittadini allo stesso livello.
Quella legge ha inserito nella costituzione un insieme di valori che stabiliscono Israele come patria storica della nazione ebraica. La legge include anche clausole che dichiarano una “Gerusalemme unita” quale capitale di Israele e che sottolineano l’importanza dello “sviluppo degli insediamenti ebraici come valore nazionale”.
Ed ecco alcune discriminazioni che coinvolgono da sempre la popolazione araba:le municipalità arabe ricevono storicamente meno fondi pro-capite rispetto a quelle ebraiche, con conseguenti divari nelle scuole, nei trasporti e nei servizi pubblici; vengono poste forti limitazioni e ostacoli burocratici nell’approvazione di piani regolatori ed espansioni abitative per le comunità arabe; la “Legge sullo Stato-Nazione” approvata nel 2018 ha declassato la lingua araba da ufficiale a “status speciale”, sollevando proteste anche da parte di minoranze tradizionalmente integrate come i drusi.
L’unico vantaggio per la popolazione araba riguarda il divieto del servizio militare. Da precisare che i cittadini di Israele che la maggioranza ebraica chiama “arabi”, sono i palestinesi i cui padri nel 1948 non abbandonarono il nascente Stato ebraico.


