
Cambiamenti sorprendenti
Interessante osservare l’evoluzione della comunicazione politica nel corso dell’ultimo secolo. Un percorso di affinamento degli strumenti che da semplici e ingenui, sono via via divenuti sempre più sofisticati e complessi fino a questi ultimi anni dove vediamo una sorta di ritorno al punto di partenza ma con una dose aggiuntiva di grossolanità quando non di ferocia. Stiamo generalizzando, ovviamente. Volendo dividere sommariamente il percorso in tre fasi, potremmo dire che nella prima la pubblicità per un candidato era costruita su una bella foto, uno slogan efficace e una promessa per accendere la motivazione a mettere una croce in un certo punto della scheda elettorale. Nella seconda fase, sulla scorta dell’evoluzione dei sistemi di marketing e quelli di indagine di mercato, la comunicazione politica ha applicato le strategie di vendita dei prodotti di consumo. Il ‘candidato/prodotto’ viene offerto in modo sempre più ‘targettizzato’, ovvero vicino al ‘consumatore/elettore’ che viene sollecitato in tutti i suoi aspetti specifici, materiali, psicologici, emotivi. La campagna elettorale viene suddivisa in tempi diversi e, soprattutto, in messaggi ad hoc per uomini, donne, età, ceto sociale. Infine, nella terza fase, l’attuale, come dicevo, sembra intravvedersi un ritorno agli inizi non tanto nel senso dell’ingenuità, tanto in quello della semplicità intesa come fuga dalla complessità e, soprattutto, dalla verità che ha assunto in pieno lo status di ‘relativa’. Qualcuno la chiama post-verità. In altre parole la comunicazione politica è diventata comunicazione di guerra contro l’avversario.
Hiram Warren Johnson, senatore statunitense che nel 1918 in un discorso storico affermò: «The first casualty when war comes, is truth» (Quando arriva la guerra, la prima vittima è la verità). Se la competizione politica è una guerra, valgono gli stessi principi.
Il sottinteso è che il campione del mondo di questa fase a “verità relativa” si chiama Donald Trump, uomo di guerra e governo, appunto, capace di negare l’evidenza e sostenere l’incredibile davanti alla sua folla plaudente e votante ubriaca di ignoranza. Superfluo fare esempi dei tanti emuli di casa nostra.

Nessuno si stupirà per quanto appena letto, tuttavia, forse, lo sarà per quanto sto per riportare a partire da una serie di bellissimi reportage di Cecilia Sala condivisi sui social, circa il mondo degli ebrei ultraortodossi.
Chiamati in ebraico Haredim (al singolare Haredi, che significa letteralmente “coloro che tremano” davanti a Dio), costituiscono la corrente più conservatrice e tradizionalista dell’ebraismo ortodosso. Considerano la loro fede come la continuazione diretta e immutata della legge ricevuta da Mosè sul Monte Sinai, rifiutando o guardando con grande sospetto il mondo moderno e l’ebraismo ortodosso moderno. Il movimento è nato storicamente nell’Europa del XIX secolo come reazione alla modernità.
Gli ultraortodossi In Israele sono circa un milione e mezzo, il doppio rispetto a quanti erano nel 2009 – a Gerusalemme sono un terzo della popolazione – una comunità parallela coesa e isolata, con pochi contatti con gli altri israeliani. Rifiutano il servizio militare, hanno posizioni particolari su tanti argomenti anche politici, sono un problema sia per la destra di Bibi: si dichiarano antisionisti, considerano una pulizia etnica il trattamento dei palestinesi ad opera di un governo israeliano nazista. Nessuna simpatia per loro da parte dei partiti più progressisti per le ovvie ragioni culturali e comportamentali. Tuttavia, gli ebrei ultraortodossi votano e contano sempre di più per ragioni sorprendenti: quelle demografiche.
Nei video molto ben realizzati, Cecilia Sala percorre i loro quartieri di Gerusalemme inseguita dal grido maschile «Shikse! Shikse! Shikse!!!» parola che deriva dall’ebraico «abominio» che viene usata per indicare una donna di facili costumi o comunque una donna non ebrea.
Il paternalismo per gli ultraortodossi è granitico. Le donne lavorano – non spetta loro studiare le sacre scritture – e poi devono fare almeno sette figli e crescerli secondo gli stretti dettami imposti. Il maschio intervistato da Cecilia Sala sostiene che le loro donne sono «regine», già, regine molto affaticate commenta la giornalista. Gli uomini pregano e comandano, non devono fare altro.

Gli ebrei ultraortodossi hanno il tasso di fecondità più alto al mondo, il loro numero raddoppia ogni generazione. Già ora in Israele un bambino su quattro è ultraortodosso. Si prevede che nel 2050 i bambini Haredim saranno la metà del totale bambini israeliani.
Conclude Cecilia Sala: «Israele è un paese piccolo e odiato. Gli israeliani sionisti si chiedono come farà a reggere, quando la comunità che dice “meglio morto che in divisa” da minoranza sparuta, diventerà la forza dominante».
I cittadini israeliani sono circa 10 milioni, la comunità ultraortodossa conta oggi 1,5 milioni di componenti che ogni generazione si incarica di raddoppiare… E’ facile ipotizzare chi governerà Israele tra pochissimi decenni. E chissà, forse Eretz Yisrael (la Terra di Israele), da sempre in guerra con nemici vicini e lontani, forse potrebbe vedere la fine alla sua storia bellica proprio grazie a questa comunità arcaica, inconcepibile, assurda e… renitente alla leva.
A noi tutti resta lo stimolo e l’invito a leggere l’attualità globale – davvero preoccupante – con pensieri nuovi, coraggio intrepido e creatività spregiudicata per rimettere la nostra umanità al centro di tutte le nostre azioni, inclusa la politica, l’economia, l’interdipendenza con gli altri popoli e la stessa vita del nostro sorprendente pianeta blu.

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