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Koestler e le radici del conflitto arabo-israeliano  

Tempo di lettura: 3 minuti

L’articolo molto importante di Lorenza Lullini sul romanzo di Arthur KoestlerBuio a mezzogiorno – pubblicato il 16 giugno su Allosànfan, mi ha riportato a un’altra opera scritta dallo stesso autore nel 1946 dal titolo Ladri nella notte, che avevo letto molti anni fa. Un libro dimenticato che oggi merita di essere riscoperto perché offre molti spunti di riflessione per comprendere le radici storiche del conflitto israelo-palestinese.

Di fronte ai bombardamenti e alla guerra totale che oggi sconvolgono la Striscia di Gaza e il Libano, le pagine scritte da Arthur Koestler risuonano come una profetica mappa del presente. Il suo romanzo, ambientato nella Palestina di fine anni Trenta del ‘900, ancora sottoposta al mandato britannico, non è solo una cronaca del passato, ma l’archetipo psicologico e politico dell’attuale conflitto.

La storia ha inizio con il protagonista, Joseph Davis, un giovane ebreo inglese, che decide di emigrare in Palestina dove si unisce a un gruppo di coloni con i quali acquista un terreno collinoso e arido per fondare un kibbutz. Ma per superare il divieto di costruzione imposto dalle autorità britanniche, costruiscono le basi dell’insediamento in una sola notte, una torre di guardia e una staccionata.  

La vicenda è ambientata tra il 1937 e il 1939. Gli altri personaggi sono un manipolo di giovani pionieri, immigrati dall’Europa ancora adolescenti, e ora intenti a fondare un kibbutz, vanga in una mano e fucile nell’altra. Sono “ladri” di terra, ma non è ai palestinesi che rubano, almeno nella concezione di Koestler. Il titolo è un riferimento a un’altra legge britannica che impediva di distruggere edifici che avessero un tetto: dunque i coloni ebrei erano costretti a costruire una parte del kibbutz durante la notte, come ladri furtivi, per porre gli inglesi davanti al fatto compiuto.

Nel racconto c’è tutto Koestler nel bene e nel male: c’è l’ardore ideologico, quasi adolescenziale; c’è l’umanità trasversale dei suoi personaggi, arabi o ebrei, buoni o cattivi. Prevalgono però i buoni (gli ebrei) sui cattivi (gli arabi). Ci sono gli ingenui (i pionieri socialisti), ci sono quelli che hanno capito tutto (i guerriglieri di destra). Non a caso il libro è dedicato a Vladimir Jabotinsky, fondatore del Sionismo Revisionista, ossia la corrente più nazionalista che tanto piaceva allo scrittore. Ci sono gli ignavi inglesi, che non prendono parte e quando lo fanno simpatizzano con gli arabi. Da notare che la vicenda è ambientata in una fase storica in cui la dichiarazione Balfour veniva annullata dal “Libro bianco”, che impediva l’ingresso in Palestina degli ebrei in fuga dai nazisti.

C’è una scena di stupro descritta con uno spaventoso realismo, e quasi interamente dal punto di vista dello stupratore arabo il cui padre, capo di un villaggio vicino, difendeva l’operato del figlio accusando la vittima di andare in giro in pantaloni corti, “con le gambe di fuori”.  

Ci sono anche il realismo, la mistica, la terra, il sangue, il sole che scotta, il sudore, il primo giorno che diventa secondo giorno, poi altri giorni. Sono la fotografia di un momento storico lontano e irripetibile. Il libro descrive la nascita del terrorismo sionista (Irgun) come autodifesa ai pogrom europei e alle rivolte arabe.

L’aspetto più lungimirante del romanzo di Koestler è la cecità dei coloni nei confronti della popolazione araba locale. Per i pionieri degli anni Trenta, gli arabi erano una presenza di sfondo, un ostacolo geografico o una minaccia da contenere, mai un popolo con un’identità e un diritto speculare sulla stessa terra.

La guerra odierna rappresenta il crollo definitivo della cinica illusione israeliana di poter “gestire il conflitto”, isolando milioni di palestinesi dietro barriere e checkpoint senza mai concedere loro dignità, diritti e sovranità. La rimozione della questione palestinese, iniziata quasi un secolo fa tra le pagine di Koestler, ha portato direttamente alla catastrofe umanitaria odierna.

L’impotenza dell’Impero britannico degli anni Trenta, stretto tra le promesse ai sionisti e il bisogno di placare le rivolte arabe, anticipa il fallimento della diplomazia contemporanea. L’ONU, gli Stati Uniti e l’Unione Europea si dimostrano incapaci di imporre un cessate il fuoco duraturo o di avviare una reale soluzione a due Stati. Come novant’anni fa, il cinismo della geopolitica globale continua a prevalere sulle vite umane.

Il cuore emotivo di Ladri nella notte risiede nella figura del protagonista, Joseph. Intellettuale europeo fuggito dall’antisemitismo, sperimenta il fallimento dell’assimilazione e compie una radicalizzazione dolorosa, unendosi ai terroristi dell’Irgun. Koestler illumina qui il motore immobile del sionismo: il trauma esistenziale della persecuzione.

Questo stesso trauma collettivo viene oggi invocato dalla leadership israeliana per giustificare la violenza sproporzionata dei bombardamenti su Gaza. La paura della distruzione genera la convinzione che solo la forza militare assoluta possa garantire la sopravvivenza. Tuttavia, questa dinamica produce un effetto speculare e devastante: le macerie di Gaza stanno cementando un trauma altrettanto radicale e permanente nella popolazione palestinese, assicurando che l’odio si tramandi alle prossime generazioni.

Articolo pubblicato anche su: https://www.allonsanfan.it/

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