
L’opzione gioiosa della vita
Forse tutti abbiamo la possibilità di sopravvivere alla cupezza del momento storico, ancora una volta contando su noi stessi e sulle rivoluzioni che, a partire appunto da noi stessi, possiamo mettere a disposizione anche dell’umanità intera.
Se pare un’esagerazione, a rinforzo, offro qui un paio di spunti davvero utili per aspirare a tanto.
«Quando pensi che una cosa sia finita…
forse è solo l’inizio di qualcosa…
di ancora migliore.
E se la vita…
fosse solo un piccolo assaggio di quanto sarà divertente la morte?»
Questa affermazione fatta ai suoi amici con il calice in mano da un attempato artista svedese di nome Einar, omosessuale, trapiantato in Provenza, è in qualche modo l’epilogo filosofico di una storia che raccomando ardentemente di vedere su Netflix al titolo “Il caffè della pazza gioia”.
Il film è uscito nel 2026 e da fine aprile è disponibile sulla piattaforma citata. Il titolo originale, per certi aspetti più profondo, era “Je m’appelle Agneta”, ma devo dire, che i termini “pazza” e “gioia” nel titolo italiano sono davvero molto appropriati, non deludono.
La storia della storia, inizia con un romanzo di successo della svedese Emma Hamberg, poi approdata a teatro ed infine divenuta racconto cinematografico per la regia di Johanna Runevad, il tutto riscuotendo ampia popolarità intergenerazionale prima solo scandinava, ora globale grazie alla diffusione in streaming.
Eccola: Agneta è una quasi cinquantenne che vive a Stoccolma, da 25 anni lavora in una ditta di autotrasporti come telefonista; il marito ha recentemente scoperto la via salutista e si dedica alle attività sportive e al controllo rigoroso dell’alimentazione che Agneta mal sopporta. La coppia ha due figli grandi con i quali «si comunica solo tramite bonifici». La vita è un po’ senza colore, si dorme in camere separate e… «non resta che aspettare la pensione e poi la morte».
Agneta viene improvvisamente licenziata. Trovare un nuovo lavoro con la sua età e un unico posto di lavoro sul CV non è facile. Legge gli annunci sul giornale e scopre che in Francia – che lei adora anche se non ci è mai stata – in un piccolo villaggio della Provenza, cercano una sorta di ragazza alla pari per accudire un “ragazzo già grande” con l’unica curiosa richiesta “che ogni venerdì alle 5 in punto ci si sieda al bar”.
Agneta aderisce subito all’offerta e altrettanto velocemente riceve un riscontro positivo, ma viene contrastata dal marito con le sue motivazioni logiche (non conosci la lingua, viaggiare da sola ti fa paura, eppoi i francesi te li raccomando…) sostenute dalla certezza «ti conosco meglio di te».
Agneta non sente ragioni e parte per la Provenza dove in un bellissimo borgo si rivolge, come concordato, al Bar Chez Fabien. Fabien non senza qualche malinteso dato dalle lingue diverse, la conduce dal “ragazzo già grande” che si scopre essere un anziano ostile a qualsiasi tipo di assistenza.
La casa da condividere è una specie di palco sempre allestito con luci e scene. Dappertutto quadri, sculture e anche statue maschili dove si notano le notevoli dimensioni falliche. Il rapporto tra i due, Agneta e Einar, si fa subito difficile, tuttavia la bontà del cibo preparato da lei, la sua ingenuità e le intuizioni artistiche e umane di lui, fanno il miracolo!

Einar «Tu, per che cos’è che vivi?»
Agneta «I miei figli»
E. «Ma che orribile responsabilità da affidare ai propri figli. Orribile!
Per lo meno ti piaci?»
A. «Ovvio che non mi piaccio»
E. «Certo che non puoi piacerti se in vita tua non hai mai fatto qualcosa che ti piace. E’ più che normale»
A. «Tu non sai niente di me»
E. «No, ma nemmeno tu a quanto pare».
Da questa franchezza e provocazione reciproca, da questa esplorazione della verità e dalla ricchezza relazionale tra diversi, si apre una vicenda che innesca un cambiamento vicendevole e profondo, nello scenario di questa casa che Einar definisce come «Un posto dove essere ciò che sono davvero. Senza alcun tipo di giudizio. Non un luogo dove ti senti… sempre… sbagliato».
Insomma, va in scena la celebrazione del cambiamento come naturale risorsa della crescita personale, anche dolorosa, senza possibilità di scelta:
A. «Io ho mollato la mia libido per una vita noiosa in Svezia. Tu hai scelto la vita»
E.«Pensi abbia avuto scelta? Sarei morto dentro. Ho mollato la mia famiglia, il mio paese, la mia vita. Mio figlio!».
La narrazione filmica in realtà è soprattutto uno scorrere di fatti divertenti, leggeri, gioiosi, romantici, appassionati: si canta si danza, si creano happening che sorprendono gli stessi due protagonisti sempre più aperti e amorevoli. E’ come aprire insieme con cura e immaginazione un forziere di meraviglie.
E’ come un «Sovrastare il dolore con la gioia».

E’ come dice bene Gianrico Carofiglio nel suo “Accendere i fuochi – Manuale di lotta e gentilezza”: «Quando mettiamo in discussione quello che è dato per immutabile, quando scegliamo di fare diversamente, è lì che il mondo comincia a cambiare».
Trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=Ubx_o2pSuTE



