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Aden, antica porta del Mar Rosso oggi un ostaggio dell’Iran

Tempo di lettura: 4 minuti

Aden. La guerra in Medio Orienteè scivolata sin qui, davanti alla città dello Yemen sorta sulla punta della penisola arabica, davanti a Bab el Mandeb, lo stretto che separa il mar Rosso dall’Oceano indiano solcato ogni giorno da centinaia di navi mercantili dirette verso Suez e il Mediterraneo per poi tornare indietro. L’alternativa è quella del periplo dell’Africa.

La città esisteva già all’epoca di Marco Polo che vi si fermò nel suo viaggio verso la Cina. Così la descrive: «Ed in questo porto caricano li mercatanti le loro mercanzie e mettole in barche piccole, passano giú per uno fiume 7 giornate; e poscia le caricano in su cammelli, e vanno 30 giornate per terra. E poscia truovano lo mare d’Alexandra». Poi racconta che nel porto di Alessandria avviene lo scambio delle merci: lasciano lo pepe e altre spezie e caricano le mercanzie provenienti dall’Europa per portarle ad Aden e da qui imbarcarle sulle navi dirette alle Indie.

Oggi quelle acque vengono percorse dalla flotta americana, portaerei compresa, affiancata da altre navi da guerra britanniche. La raggiungeranno anche due unità italiane. Combattono contro i pirati Houthi che dallo Yemen attaccano e assaltano i mercantili.

Sembra di essere tornati alla politica delle cannoniere che gli Stati Uniti a fine Ottocento mandavano contro le Repubbliche delle banane recalcitranti e contro altri territori da conquistare come le Filippine che tolsero agli spagnoli. Questa volta la flotta non intende conquistare, ma difendere il prezioso traffico mercantile, soprattutto quello del petrolio dell’alleato saudita.

Aden Arabia è invece il titolo di un libro scritto da Paul Nizan (1905 – 1940), amico in gioventù di Jean Paul Sartre (1905 – 1980) – pubblicato in Francia nel 1931. È allo stesso tempo un diario di viaggio, un pamphlet, un saggio sulla sua esperienza ad Aden, a quei tempi colonia britannica. Vi era andato quando aveva appena vent’anni, per lavorare come precettore del figlio di un ricco uomo d’affari francese.

Fu una destinazione esotica che scelse per fuggire dalla “monotonia e dalla angoscia della società francese” di allora. Nell’incipit del libro scrisse: Avevo vent’anni, non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bell’età della vita, una frase ripresa nel ’68 dai giovani del maggio francese. Quando il libro venne pubblicato, molti intellettuali di allora salutarono nell’autore la nascita di un nuovo grande scrittore.

Aden Arabia descrive la vita che si svolgeva in quella città. Era una sentinella dell’Impero britannico che sorvegliava la via delle Indie, dove vivevano avventurieri, sfaccendati che frequentavano i tanti caffè fumando dai narghilè; con le antiche abitazioni dalle finestre coperte dalle grate che nascondevano i volti delle donne arabe; le carovane che attraversavano i deserti dello Yemen per rifornire i bazaar di carichi preziosi. Era un’atmosfera sonnolenta, pacifica, la stessa che conquistò una trentina di anni dopo Pier Paolo Pasolini a Sanaa, la capitale, dove girò alcune scene del Decameron.

Nizan lancia anche una dura critica alla borghesia occidentale, alla sua cultura e mentalità colonialista. Tornato in patria nel ‘27, il giovane scrittore scoprì come suo nemico l’homo aeconomicus, nel quale si rispecchiavano le classi dirigenti e la tirannia del profitto. Dopo aver avuto simpatie politiche per la destra, si iscrisse al partito comunista uscendone quando l’URSS e la Germania nazista firmarono il trattato di non aggressione.

Scoppiata la guerra, morì sul fronte occidentale combattendo in una pattuglia dell’esercito francese che rallentò l’avanzata tedesca, per permettere agli inglesi di fuggire da Dunkerque e attraversare la Manica. Poco tempo prima di andare a combattere scrisse un articolo in favore di quella guerra: «Non esistono accomodamenti contro un nemico mortale… Esistono solo due specie umane che hanno l’odio come unico legame: quella che schiaccia e quella che non si adatta a essere schiacciata. Non c’è mai stato trattato di pace tra di loro, non c’è che guerra».

Quelle parole di allora cariche di rabbia, valgono anche oggi? Esiste una differenza. Nel 1940 i nemici che si odiavano erano diversi da quelli di oggi: da un lato c’era la Germania nazista che voleva schiacciare il resto dell’Europa. E le “vittime” reagirono schiacciando il nazismo.

Invece nell’eterno conflitto mediorientale aggravatosi dal 7 ottobre in poi, il contesto è molto diverso, più intricato e ben noto, anche se l’odio rimane sovrano. Lo dimostrano il terribile attacco di Hamas a Israele e la feroce rappresaglia contro la popolazione palestinese inerme.

A soffiare sul fuoco dell’odio agisce l’Iran, il burattinaio che manovra Hamas, gli Hezbollah e gli Houthi. Questi ultimi combattono dal 2014 sul fronte della guerra civile nello Yemen in nome dell’Islam sciita contro i conterranei sunniti armati dall’Arabia Saudita. In realtà si tratta di un conflitto per procura di Teheran contro Riad e di conseguenza contro il Satana degli Stati Uniti alleato dello Stato arabo.

Il governo degli Ayatollah nega tutto, di manovrare Hamas e compagni, di alimentare la guerra nello Yemen e la pirateria. Per ora evita di intervenire apertamente per non scatenare un estendersi del conflitto. Non lo fa per amore della pace, ma per guadagnar tempo in attesa che la sua bomba nucleare sia pronta. Da quel momento gli iraniani getteranno la maschera per attuare i loro progetti di un impero sciita esteso dal Mediterraneo sino alle porte dell’oceano indiano, protetti dalla minaccia atomica.

Intanto hanno già dato un’altra prova della loro tracotanza lanciando missili e droni nel territorio confinante del Pakistan con l’intento di “colpire terroristi legati a Israele”. La risposta non si è fatta attendere con un raid dei pachistani. Pertanto l’escalation continua allargandosi oltre il Medio Oriente.

Israele, che possiede già la bomba rappresenta per l’Iran un ostacolo con la sua democrazia e i suoi costumi occidentali. Inoltre i suoi governi di destra acutizzano da tempo la tensione agendo con durezza sulla Palestina occupata e attuando una politica mini imperialista. L’attacco di Hamas, preparato a Teheran, aveva lo scopo di interrompere i contatti tra Israele e l’Arabia Saudita pronti a raggiungere un accordo di amicizia. Gli iraniani ci sono riusciti attirando Netanyahu nella trappola di Gaza. Il premier bomba ci è cascato e adesso non sa come uscirne. Con l’ultimo suo exploit ha affermato che non accetterà mai uno Stato palestinese.

E nessuno nel mondo arabo e nell’Occidente interviene realmente per salvare dalla strage le vittime della rappresaglia israeliana.

Copertina: Foto di un gruppo di Houthi al rientro da una spedizione (Ispi)

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