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Festa della Repubblica? Una promessa di ottimismo

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Quest’anno gli 80 anni della Repubblica sono stati celebrati in modo inconsueto e straordinario rispetto al passato: dopo la sfilata lungo la via dei Fori Imperiali – questa volta senza carri armati – al posto del solito party di fine pomeriggio nei giardini del Quirinale riservato a pochi, è stata organizzata nella grande piazza una festa di popolo cui hanno partecipato 2700 invitati.

L’evento voluto dal Presidente Mattarella ha “aperto le porte” al pubblico includendo studenti, volontari, gruppi scout, cittadini e rappresentanti della società civile, che hanno assistito allo spettacolo di musica e testimonianze.

La serata intitolata I Volti della Repubblica, era stata trasmessa in Eurovisione e su grandi schermi di Comuni italiani. Gli “attori” erano personaggi del mondo della cultura, protagonisti del cinema, della musica, del teatro. Non era uno show, come hanno scritto molti giornali, ma la rappresentazione della forza della democrazia italiana che è stata capace di resistere e rigenerarsi. Gli ottant’anni della Repubblica dimostrano che la Costituzione non è un testo fragile, ma un’armatura civile che ha protetto il Paese nei suoi momenti più bui, che ha superato prove drammatiche che avrebbero potuto distruggere l’assetto democratico.

Possiamo definirla, quella serata, “una promessa di ottimismo” che evoca una prospettiva positiva sul futuro e una solida aspettativa di miglioramento? I dubbi e le incertezze rimangono: l’Italia di oggi è un Paese malato, che esprime una profonda preoccupazione per la situazione sociale, economica e politica. La festa del Quirinale potrebbe essere definita anche una iniezione di ottimismo. L’esistenza di questi pericoli non deve generare rassegnazione, bensì alimentare la consapevolezza che la democrazia richiede una difesa quotidiana e attiva da parte di ogni cittadino.

Purtroppo i guastafeste non sono mancati. La destra si è irritata per l’intervento di Paola Cortellesi che celebrava l’intervento delle donne fondamentale nella guerra partigiana e nella nascita della Repubblica. La “colpa” sarebbe stata quella di non aver mai citato Giorgia Meloni.

Perché doveva farlo? La presidente del Consiglio nata nel 1977, nel pieno degli anni di piombo, cosa poteva sapere dell’Italia di allora? Nel 1996 è entrata in politica divenendo responsabile nazionale di Azione studentesca, il movimento di Alleanza nazionale. Alle elezioni politiche del 2006 ad appena 31 anni è stata eletta deputata e due anni dopo è divenuta ministro della gioventù nel governo Berlusconi.

Oggi ha il merito di essere la prima donna in Italia a diventare capo del governo, ma non si è mai impegnata in sostegno dei diritti delle donne. Anzi ha votato contro la Convenzione di Istanbul per la lotta contro la violenza sulle donne; ha fatto fallire il progetto sulla parità salariale; ha dichiarato che “una donna che mette al mondo almeno due figli offre al Paese un grande contributo”. Forse non ricordava che anche per Mussolini il compito fondamentale della donna – “angelo del focolare e madre prolifica” – era la maternità. L’elenco delle balordaggini si potrebbe allungare.

Infine la grave scorrettezza commessa nei giorni prima della festa della Repubblica ricordando sui social Almirante, per anni capo del Movimento sociale. La riporto al completo: «Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Giorgio Almirante, il mio pensiero va a una figura che ha segnato profondamente la storia della destra italiana. Di lui restano il carattere, la forza delle idee, l’amore per l’Italia e una concezione della politica vissuta con passione, dignità e rispetto».

Su Almirante ha tralasciato di ricordare che durante il fascismo era stato segretario di redazione della rivista La difesa della razza e che durante la repubblica di Salò fu nominato ministro della cultura popolare.

Un’immagine di Piero Gobetti (Archivio fotografico del Centro studi Piero Gobetti)

Eppure la premier continua a ricevere l’appoggio di una buona parte degli italiani. Mi viene in mente PieroGobetti che un mese dopo la marcia su Roma scrisse sulla rivista “la Rivoluzione Liberale”: «Il fascismo è come l’autobiografia della nazione». È una verità ancora attuale nonostante gli ottanta anni della Repubblica.
Gobetti morì ad appena 25 anni in seguito alle aggressioni subite dagli squadristi, un anno dopo l’assassinio di Matteotti.

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