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La lunga morte di Navalny

Tempo di lettura: 3 minuti

Vox populi: «Sulla morte di Aleksei Navalny c’è una certezza: non è stato Putin».
Questa frase l’ho ascoltata in un bar di paese. In effetti il presidente russo ha un alibi di ferro: quel tragico giorno si trovava nella sua residenza del Cremlino a migliaia di chilometri da dove era rinchiuso il dissidente, in Siberia nel gulag “Lupo Polare”. Davanti a quell’ingresso campeggia la scritta “la felicità non è oltre la collina”, che somiglia al dantesco “lasciate ogni speranza o voi che entrate”.

Rispetto ai nazisti di 80 anni fa gli aguzzini russi sono più realisti sull’avvenire dei prigionieri: che non si facciano illusioni, dicono. Ad Auschwitz la scritta era “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi; sembrava dare qualche speranza, ma in realtà era una tragica presa in giro.

Tornando al coraggioso e tenace dissidente, la versione ufficiale della sua morte è che “ha avuto un collasso durante una passeggiata all’aperto ed è morto subito dopo”. In Siberia con temperature a meno 30 gradi sotto zero?

Morte naturale o omicidio? Si chiedono i più dubbiosi amici o ex amici di Putin. Non fa alcuna differenza, si può uccidere una persona con un colpo di pistola o conducendola alla morte attraverso le peggiori sofferenze. E i russi conoscono questa tecnica sin dai tempi di Stalin. Il New York Times scrive che potrebbe essere stato ucciso “con un pugno secco al cuore”, secondo una vecchia tecnica del KGB.

L’assassinio di Navalny si è consumato in maniera graduale: prima un doppio tentativo di avvelenarlo, fallito dopo che la vittima era stata curata in Germania. Poi in patria, dove aveva voluto rientrare, l’arresto e la condanna illegali; infine la reclusione in Siberia con una lunga tortura metodica, l’isolamento per mesi in celle gelide. Altro che passeggiate all’aperto, Navalny faceva paura al potere anche se chiuso a chiave. Doveva essere eliminato.

Domanda: da chi è venuto l’ordine? La risposta si intuisce. Il presidente americano Biden è stato chiaro: “Lo ha voluto Putin”, ha dichiarato. I big dell’Unione Europea si sono associati.

Tante persone che davano fastidio al piccolo Zar sono state eliminate a partire dalla giornalista Anna Politovskaja assassinata davanti alla porta della sua abitazione il 7 ottobre del 2006. Sarà stato un caso, ma quel giorno corrispondeva al compleanno di Putin. La giornalista era “colpevole” di reportage sulla guerra in Cecenia, sul comportamento delle forze armate russe, sui governi corrotti, sul presidente che aveva cominciato a soffocare la già scarsa democrazia russa.

Navalny non era un rivoluzionario, ma il leader del movimento “Russia del futuro” che politicamente potrebbe essere definito nazionalista liberale. Combatteva per la democrazia, usando anche i social, contro la corruzione degli oligarchi protetti da Putin. Al rientro dalla Germania venne arrestato appena sceso dall’aereo.

A Roma davanti al Campidoglio una fiaccolata ha reso omaggio al dissidente russo: c’erano tutti, dai rappresentanti dei partiti ai diplomatici di Paesi stranieri tra i quali gli ambasciatori degli Stati  Uniti, della Gran Bretagna e dell’Unione Europea. Erano presenti anche alcuni esponenti della Lega, che hanno ricevuto qualche fischio condito con la parola ipocriti.

Salvini invece non c’era. Forse è l’unico esponente dei governi europei ad abbracciare la tesi della “morte misteriosa”. Nel caso Navalny sostiene la tesi garantista: «Bisogna fare chiarezza, ma la chiarezza la fanno giudici e medici, non la facciamo noi», ha dichiarato.

Cosa potrebbe accadere in Russia a un giudice o a un medico se volessero realmente fare chiarezza? Per loro sarebbe pronto un bel tè “condito”. Il capo della Lega assume una posizione ben precisa che ricorda le sue vecchie simpatie verso il Cremlino espresse anche indossando le T-shirt con l’immagine di Putin.

A Mosca i coraggiosi manifestanti che depongono fiori al “Muro di dolore” per ricordare Navalny, vengono respinti duramente dalla polizia e alcuni arrestati.

In Italia alcune persone che nei giorni scorsi hanno deposto fiori davanti all’ambasciata russa, sono state “identificate” dalla Digos, la nostra polizia politica. Se a questo fatto – quasi ignorato dai media – aggiungiamo quello dell’identificazione di chi aveva gridato alla Scala viva l’Italia antifascista, viene da chiedersi: ci stiamo incamminando sulla strada che porta a Mosca?

Copertina: la manifestazione per Navalny al Campidoglio

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