Skip links

“Povero Matteotti, te l’hanno fatta brutta”

Tempo di lettura: 5 minuti

Povero Matteotti, te l’hanno fatta brutta, i vili assassini la vita t’han distrutta… E mentre lui moriva, così diceva, ucciderete me ma non l’idea.

Sono le parole di un canto nato tra le mondine di Trino Vercellese subito dopo la morte di Giacomo Matteotti e ripreso negli Anni sessanta del secolo scorso da Giovanna Marini, una “cantante-cantastorie” del Folk italiano.

L’onorevole Matteotti – segretario del PSU, Partito socialista unitario scissionista da quello massimalista – morì un secolo fa, il 10 giugno, ucciso da un gruppo di fascisti che lo rapirono mentre si recava in Parlamento e lo caricarono su un’auto, una Lancia Kappa avuta in prestito da un gerarca, dove venne pugnalato mentre lottava contro i suoi aguzzini.

Dieci giorni prima dai banchi di Montecitorio, esibendo prove incontestabili, aveva accusato con una durissima requisitoria il capo del governo Benito Mussolini, di aver fatto manipolare dalle squadracce fasciste, con i brogli e la violenza, le elezioni politiche svoltesi il sei aprile con la legge maggioritaria.

Quell’omicidio provocò grande scalpore e commozione in Italia e all’estero, di tale intensità da mettere in pericolo il governo e il fascismo nascente. I deputati della sinistra gli “Aventiniani” (tranne i comunisti), abbandonarono i banchi della Camera e si trasferirono in un’altra sala di Montecitorio decidendo di restarvi fino a quando il governo non avesse fatto luce sull’assassinio di Matteotti. Fu un errore gravissimo: avrebbero dovuto “combattere” restando alla Camera.

La stampa borghese che aveva sempre appoggiato in vari modi il movimento fascista e taciuto spesso sui misfatti delle squadracce, cambiò tono. Ma il 26 giugno in Senato, su 255 senatori, soltanto tre votarono la mozione di sfiducia al governo: Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera, che pronunciò un discorso durissimo; Carlo Sforza (futuro ministro degli Esteri nel dopoguerra) e Carlo Abbiate, ex ministro del Lavoro nel governo Nitti del 1920.

Luigi Einaudi e Benedetto Croce, confermarono la fiducia a Mussolini. Il filosofo definì il proprio voto “prudente e patriottico”.

In tutta la tragedia ci fu un grande assente: Re Vittorio Emanuele che, secondo lo Statuto albertino di allora, avrebbe potuto esonerare Mussolini dalla guida del governo, ma non lo fece.

L’indagine della magistratura, una istituzione non ancora completamente soggetta ai fascisti, arrivò subito ai colpevoli: il capo della banda degli assassini era Amerigo Dubini, membro della Ceka la polizia segreta fascista (diventata poi Ovra). Da lui si arrivò ai mandanti, il capo della polizia quadrumviro Emilio De Bono, i membri della segreteria di Mussolini Cesare Rossi e Aldo Finzi.

Tra gli atti della magistratura venne fuori nel dopoguerra una frase di Mussolini rivolta ad alcuni gerarchi poco prima della morte di Matteotti: “Quell’uomo dopo quel discorso non dovrebbe più circolare”. E venne accontentato.

Secondo le ricerche compiute dallo storico Mario Canali, non fu solo “quel discorso” a spingere Mussolini a chiedere l’eliminazione del deputato socialista, ma la certezza che Matteotti il 13 giugno sarebbe intervenuto alla Camera per denunciare l’affare Sinclair Oil, un episodio di corruzione in cui erano coinvolti Mussolini e alcuni gerarchi fascisti.

Infatti poche settimane prima del delitto, la Sinclair Oil, un ramo della americana Standard Oil, aveva ricevuto dal governo italiano l’incarico in esclusiva per la ricerca e lo sfruttamento di tutti i giacimenti di gas metano dell’Emilia e della Sicilia.

Matteotti era stato in gran segreto a Londra nei giorni tra il 22 e il 26 aprile per presentare il suo libro tradotto in inglese col titolo A year of fascist domination (Un anno di dominazione fascista).

In Inghilterra, dove aveva rapporti stretti col partito laburista, aveva ricevuto anche una serie di documenti sullo scandalo della Sinclair Oil.

Dopo la morte del deputato, un membro dei laburisti, Oskar Pollan, scrisse: «Ricordo quel che Matteotti ci disse durante la sua visita nel nostro Paese. Parlò delle sofferenze cui erano sottoposti dai fascisti i lavoratori e i politici di sinistra». Aggiunse anche una frase di Matteotti che diceva da due anni a questa parte quando un oppositore esce di casa al mattino non sa se potrà farvi ritorno la sera.

E così accadde la mattina del 10 giugno quando il deputato fu rapito sul lungotevere Arnaldo da Brescia e ucciso. Il suo corpo verrà trovato due mesi dopo nella macchia della Quartarella, a 25 Km da Roma. Gli assassini lo avevano abbandonato in una buca scavata col crick dell’auto.

Il “caso Matteotti” provocò reazioni anche all’estero. A Vienna nel 1926 il Comune socialista gli dedicò un quartiere popolare chiamato Matteottihof. Ancora oggi lo ricorda una lapide fatta togliere dai nazisti e rimessa nel 1945.

Il poeta spagnolo Miguel de Unamuno, in esilio alle Canarie dove era stato mandato dalla dittatura di Primo de Rivera, gli dedicò nel ’24 questa poesia:

O mio Fratello! Insieme ci ergemmo contro l’ignominia. Tu irrorasti del tuo nobile sangue l’inaridito cuor del popolo tuo: e da quel cuore, dal tuo sangue, adesso fioriscono i virgulti imperituri. Tu sei l’Italia, o mio grande fratello… No! Tu sei molto di più: sei la protesta dell’anima del mondo. Ave Fratello.

Lo scrittore austriaco Stefan Zweig, ne parla nel Mondo di ieri, la sua autobiografia che definisce di un europeo. Nel 1932, trovandosi a Firenze per una conferenza, chiese notizie del medico Giuseppe Germani, uno dei sei antifascisti che portarono in spalla alla sepoltura la bara di Matteotti.

Quel medico, che il deputato aveva aiutato negli studi pagandogli tutte le spese, venne perseguitato dai fascisti e poi arrestato ingiustamente. Zweig scrisse a Mussolini una lettera e questi “magnanimo” lo fece liberare.

Lo scrittore George Orwell nel 1943, ricordando Matteotti scrisse un pamphlet su Mussolini (dopo l’arresto del 25 luglio) sottolineando anche la complicità col fascismo dei leader conservatori inglesi quando il duce era in auge.

Tra le varie citazioni risalta l’elogio del fascismo in una lettera di Churchill inviata a Mussolini nel 1927: «Se fossi stato un italiano, sono sicuro che sarei stato con Voi con tutto il cuore nella Vostra lotta trionfale contro gli appetiti e le passioni bestiali del leninismo… L’Italia ha fornito il necessario antidoto al veleno russo. In futuro nessuna grande nazione sarà sprovvista di un mezzo di protezione definitivo contro la crescita cancerosa del bolscevismo».

Il tre gennaio del 1925, Mussolini, sicuro dell’appoggio della maggioranza tra i parlamentari (anche tra i liberali e i popolari) aveva pronunciato il suo storico discorso sul delitto Matteotti che avrebbe dato inizio alla dittatura:

«Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento ad oggi».

Qualche giorno dopo il governo varò le leggi liberticide tra le quali la cacciata dalla Camera dei deputati dell’“Aventino”.

Il processo per la morte di Matteotti venne trasferito a Chieti e si concluse con leggere condanne: Dubini, i complici e i mandanti fecero pochi mesi di prigione, grazie anche ad un’amnistia.

Alcuni giorni fa Paolo Pagliaro, nella “coda” del programma “Otto e mezzo” di Lilli Gruber, ha posto questa domanda: «Perché gli italiani sanno che Mussolini è sepolto a Predappio, mentre ignorano dove giace Giacomo Matteotti?»

La risposta immediata potrebbe essere semplice: perché in Italia “il fascismo non è morto”, come titola il libro del professor Luciano Canfora uscito nel gennaio scorso. Perciò Predappio rappresenta un “santuario” per coloro (e sono tanti) che coltivano un’ideologia basata sulla violenza. Sono persone rozze, opportuniste e di scarsa cultura.

La memoria di Mussolini è rimasta anche grazie ai governi dell’Italia democratica, nonostante la Costituzione antifascista, che non hanno cancellato il fascismo, anzi l’hanno alimentato, servendosi nel dopoguerra dei burocrati del regime, considerandolo uno scudo contro il comunismo.

Matteotti è sepolto a Fratta Polesine (in provincia di Rovigo) nella tomba di famiglia fatta erigere nel 1926 con una colletta dai minatori italiani che lavoravano in Belgio.

Quel luogo è rimasto sconosciuto come lo sono tanti altri che ospitano le spoglie di altre vittime del fascismo o di politici scomparsi più di recente. In quanti ricordano i luoghi di sepoltura di Amendola, di Gobetti, di Gramsci, di Togliatti e di Berlinguer? Si potrebbe dedurre che gli italiani che credono nella libertà e nella democrazia non hanno bisogno di santuari.

Copertina: Vignetta di Gabriele Giarratana sul giornale satirico Il becco giallo, fatto poi chiudere dai fascisti

Explore
Drag