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Solo chiacchiere e distintivo

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In questi ultimi giorni di complessità ingarbugliata del mondo, si è inserita la morte di un centenario che col mondo, nel bene e nel male, ci sapeva fare davvero: Henry Kissinger.
Tra le sue mille storie importanti e controverse, due sono esemplificative del suo operato nel XX secolo. Il suo coinvolgimento nella schifezza dell’assassinio golpista di Salvador Allende e il merito storico della fine della guerra in Vietnam, cosa che gli valse il Nobel per la Pace nel 1973 insieme al suo interlocutore locale Lê Đức Thọ, premio che entrambi non ritirarono mai presso la Corte Svedese.

Alla domanda “HK (come amava firmarsi) era uomo di pace o di guerra?” nessun avveduto analista geopolitico osa rispondere in modo netto.

Parrà strano, ma, la morte di Kissinger – repubblicano, conservatore doc – che, come dice Mario Del Pero, professore di Storia internazionale presso il Centre d’Histoire di Sciences Po di Parigi, aveva come prioritaria ossessione “la credibilità”, mi ha fatto trovare il coraggio, qui, di scrivere di un problema che probabilmente attanaglia solo me: i distintivi di partito ostentati sui baveri di politici eletti o nominati a cariche istituzionali. Non lo sopporto proprio. Siamo in democrazia. Quando assumi, grazie al processo democratico, il ruolo di sindaco, presidente del consiglio o della Repubblica non sei più – o almeno non lo sei prioritariamente – figura di una parte politica, ma operatore di un unico e riassuntivo interesse: della città, del Governo, della Nazione. Il ruolo ti impone di operare con trasparenza e lealtà nell’interesse di tutti sia pur a partire dall’esplicita scelta elettorale del Paese. Sei, appunto, un uomo o donna pubblico/a.

Credo che il malcostume del distintivo al bavero di pubblica eccellenza sia cosa di invenzione leghista con rinforzo salviniano. Costume più o meno replicato, ma con moderazione, anche da alcuni componenti di Forza Italia. Si noti che la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni mai ha indossato il simbolo di partito quando in ruolo pubblico. Ma i suoi due vicepresidenti, eccoli lì, belli belli col loro marchio di fabbrica sempre in vista.

Ma cosa distingue il distintivo con l’Alberto da Giussano che dal bavero alza il suo spadone verso il cielo? Un falso!
Wikipedia: “Alberto da Giussano è un personaggio leggendario del XII secolo che avrebbe partecipato, da protagonista, alla battaglia di Legnano (29 maggio 1176). In realtà, secondo gli storici, l’effettivo capo militare della Lega Lombarda nel celebre scontro militare con Federico Barbarossa fu Guido da Landriano. Analisi storiche fatte nel corso del tempo hanno infatti dimostrato che la figura di Alberto da Giussano non è mai esistita”.

Ecco, è questo il punto di contrasto Kissinger/Salvini: quella “ossessione per la credibilità” del primo dal fottersene di significati, coerenze, verità… credibilità, del secondo. E non si capisce come persone di ben altra attendibilità come Giorgetti o Zaia lo possano accettare come segretario del loro partito, sia pur nello specifico ruolo di raccoglitore di voti tra le pance del paese, senza star tanto a guardare come e con chi.

Eppure, tornando a Kissinger, la politica non solo è cosa seria e finemente strategica: è arte.
In questi giorni La Repubblica ha pubblicato nuovamente un articolo scritto di pugno da HK allorquando presentò il suo libro in Italia, “Leadership – Sei lezioni di strategia globale” – Mondadori 2022.
Ecco cosa scriveva per Repubblica: “Il leader stratega deve avere anche le qualità dell’artista, che intuisce come forgiare il futuro usando il materiale disponibile nel presente. Come osservò Charles de Gaulle nel 1932 in Il filo della spada (1957), una riflessione sull’arte di governo, l’artista “non trascura di usare la sua intelligenza”, anzi, “ne trae lezioni, metodi, una scienza”. Semmai, l’artista aggiunge a queste fondamenta “una facoltà istintiva, l’ispirazione, che, sola, gli dà il contatto diretto con la natura donde sprizzerà la scintilla”. Per poi concludere citando Isaiah Berlin (1009-1997 – teorico di un liberalismo inteso soprattutto come limitazione dell’ingerenza statale nella vita sociale) secondo il quale “Come il romanziere o l’artista, lo statista deve avere la facoltà di assorbire la vita in tutta la sua straordinaria complessità”.

Credibilità, senso delle istituzioni, facoltà ad affrontare la complessità.
Si capisce che alla fine il problema non sono i distintivi ma gli statisti che mancano all’appello dei nostri due rami del Parlamento. Ma non è stato sempre così, nonostante tutto.
Giuliano Ferrara, il giorno della recente morte di Giorgio Napolitano, di lui scrisse su Il Foglio: “Il comunismo liberale di Giorgio Napolitano era una contraddizione in termini, il comunista non tollera il travestimento liberale e democratico del capitalismo e il liberale combatte come la peste il fondo totalitario dell’ideologia comunista, ma c’era un punto di intersezione, il realismo e il senso delle istituzioni”.

Copertina: Il monumento al “Guerriero di Legnano”, considerato dalla Lega Lombarda Alberto Da Giussano, eletto a simbolo di Partito

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