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Affinché la morte non ci separi

Tempo di lettura: 3 minuti

Una grande storia d’amore nelle cronache dei giorni di San Valentino.
Dries e sua moglie Eugenie si sono amati per 66 anni e sono morti, mano nella mano, insieme, alla stessa età di 93 anni. Malati da tempo, hanno fatto della loro morte un canto d’amore struggente e luminoso scongiurando il rischio di essere sorpresi dalla fine uno alla volta in tempi diversi.

Andreas Antonius Maria van Agt (detto Dries), cattolico, è stato premier olandese dal 1977 al 1982 e primo leader del partito d’Appello Cristiano-Democratico. Una vita politica tutta dedicata al progresso umano, spesso con iniziative coraggiose e innovative come quella tollerante per l’uso della cannabis nei Coffee Shop dei Paesi Bassi fin dagli anni ’70, riferimento per chi come molti stati americani, sta seguendo oggi quella direzione.
Dopo aver visitato Israele nel 1999 e aver definito il suo viaggio in Medio Oriente come una sorta di conversione, Van Agt fondò The Rights Forum, una ONG finalizzata a sostenere una politica olandese ed europea giusta e sostenibile riguardo alla questione Palestina/Israele.
Alla notizia della sua morte, l’attuale primo ministro olandese Mark Rutte ha dichiarato: «Con il suo linguaggio fiorito e unico, le sue convinzioni chiare e la sua presentazione sorprendente, Dries van Agt ha dato colore e sostanza alla politica olandese in un periodo di polarizzazione e rinnovamento dei partiti».

Certo, gli olandesi sono diversi da noi, Mark Rutte è premier dal 2010; in Italia la durata media dei primi ministri dal 1948 ad oggi è di un anno e due mesi. Se poi guardiamo più da vicino l’aspetto giuridico della storia d’amore tra Dries e Eugenie, questa si è conclusa mano nella mano grazie ad una legge che, dal 2002, a certe condizioni, prevede il suicidio assistito, incluso quello di coppia che nel 2022 ha visto la serena applicazione in 8.720 casi.

In Italia, siamo nel solito vuoto legislativo a celebrazione di un’inadempienza larga quanto il Parlamento tutto, nonostante una sentenza della Corte Costituzionale (242 del 2019) solleciti la politica a provvedere con urgenza alla regolazione del “fine vita”.
Il governatore veneto Luca Zaia recentemente ha promosso l’approvazione di una legge locale sul fine vita, poi fallita per le divisioni del suo stesso partito (comprensibili) e soprattutto per il comportamento (incomprensibile) di Anna Maria Bigon, consigliera dem veronese, cattolica, rimasta in aula astenendosi invece che uscire dall’aula consentendo la maggioranza numerica di approvare la legge. Ovvero, quando la religione ritiene, in Italia come in Iran, di avere il diritto di decidere anche per chi religioso non è.

In Emila Romagna, per evitare il ripetersi delle tragedie venete, in questi giorni è stata approvata una semplice delibera che garantisce ai malati «il diritto di congedarsi dalla vita», come indicato dalla sentenza 242 della Corte Costituzionale. Soluzione efficace ma che certo mortifica il progetto di legge presentato a livello regionale dalla Associazione Luca Coscioni che avrebbe dato al tema l’importanza che merita.

Il fallimento veneto e il ‘sotterfugio’ emiliano, insieme all’inadempienza legislativa romana fanno tristezza, e anche un po’ vergogna al cospetto della bella storia d’amore che profuma di tulipano dove si rileva chiaramente che una libera scelta estrema è anche un atto di responsabilità, di consapevolezza e di amore splendente.

Ugualmente rattrista sapere che in Italia l’unico strumento che può onorare almeno parzialmente la stessa libertà di autodeterminazione individuale, il testamento biologico, è poco frequentato dai cittadini, anche di quelli che a parole ripetono «se mi riduco in uno stato di incoscienza, non esitate…» lasciando poi, se succede davvero, ai parenti decisioni impossibili per legge, o soluzioni pietosamente praticate nell’ombra con farmaci in dosi molto più che palliative.

Grazie all’Associazione Luca Coscioni, il 14 dicembre 2017 in Italia è stata approvata la legge che dà valore legale al testamento biologico. La pratica è cosa semplice e non ha costi: si scarica il modulo qui: https://www.associazionelucacoscioni.it/landing/testamento-biologico
si compila in ogni sua parte scegliendo le diverse opzioni specifiche, poi si deposita il documento alla registrazione presso il proprio Comune di residenza. In caso di necessità sarà questo documento a determinare le scelte dei medici, in osservanza delle volontà della persona e delle norme dello Stato.
Il farlo è un gesto di consapevolezza, responsabilità e anche d’amore per chi dovrà provvedere a noi se ridotti in condizioni sfortunate.

Copertina: immagine Depositphotos

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