
Il voto delle italiane compie 80 anni
Quando le donne italiane hanno ottenuto il diritto di voto le cittadine della Nuova Zelanda votavano già da 53 anni, le australiane da 44, le prime donne europee a farlo sono state le finlandesi 40 prima di noi.
La storia della lotta per diritto di voto nel nostro paese è molto lunga e sofferta. Inizia dall’unificazione d’Italia precisamente a Venezia dove il 7 novembre 1866 si celebrava il risultato del Plebiscito di annessione del Veneto al Regno d’Italia alla presenza del re Vittorio Emanuele II. In quell’occasione un gruppo di donne della città manifestarono davanti al re rivendicando il diritto di voto e di cittadinanza. In Veneto come il Lombardia, prima dell’annessione, le donne di un certo ceto sociale avevano il diritto di voto. Lo Statuto albertino le aveva private di alcuni diritti e le aveva ricacciate nel privato delle mura domestiche.
A cambiare qualcosa ci provò nel 1867 il deputato mazziniano Salvatore Morelli, presentando una proposta di legge per “abolire la schiavitù domestica” e dare alle donne gli stessi diritti degli uomini. La sua proposta, in un Parlamento solo maschile, non venne mai discussa.

Dieci anni dopo Anna Maria Mozzoni presenta allo stesso Parlamento una petizione per il voto politico femminile, secondo l’attivista nel paese si assisteva alla discriminazione e all’esclusione di “una classe innumerevole di cittadini” dallo spazio pubblico.
Il tema era di grande discussione tra i movimenti femministi e divise lo stesso partito socialista, come si evince anche dalla corrispondenza tra Anna Kuliscioff e Filippo Turati. Kuliscioff in una sua famosa conferenza il ‘Monopolio dell’uomo’, per spiegare le difficoltà del processo di emancipazione delle donne affermò che la donna era stata il primo animale domestico dell’uomo, Morelli abbiamo visto parlava di schiavitù, e che per liberarsi dalla sottomissione maschile doveva diventare indipendente economicamente. Cosa quasi impossibile alla fine dell’800.
Qualcosa di incredibile accadde nella primavera del 1906, dieci maestre marchigiane chiesero, in assenza di un esplicito divieto, di essere iscritte nelle liste elettorali. La Corte d’Appello di Ancona col giudice Lodovico Mortara concesse l’iscrizione e respinse il ricorso presentato dal Procuratore del Re. Il diritto di queste donne, mai esercitato, si infranse dieci mesi dopo, quando la Corte di cassazione ribaltò la sentenza e le cancellò dalle liste elettorali.
Nel frattempo, era stato costituito il Consiglio delle donne italiane aderente all’International Council of Women. Nel 1908 lo stesso Consiglio organizzò a Roma il Primo congresso delle donne italiane alla presenza della Regina Elena, dalle discussione emerse la richiesta di voto almeno le donne delle classi più elevate.
L’anno prima del congresso romano, Anna Maria Mozzoni, indomita, aveva presentato una seconda petizione per il diritto di voto politico e amministrativo alle donne e, sorprendentemente, aveva ottenuto che venisse discussa alla Camera.
Il Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti dichiarò di essere favorevole al solo voto amministrativo. La Commissione ministeriale nominata per esaminare la proposta, impiegò quattro anni per farlo e alla fine negò ancora una volta il diritto di voto alle donne.
Poco dopo questa bocciatura, nel 1912, fu introdotto il suffragio universale maschile per i cittadini dai 30 anni d’età, senza requisiti di censo e di istruzione, quindi anche analfabeti. In quell’occasione i deputati Mirabelli, Treves, Turati e Sonnino proposero un emendamento per concedere il voto anche alle donne. Giolitti vi si oppose nuovamente definendolo un salto nel buio e la Camera di nuovo bocciò l’emendamento. Per darvi l’idea ecco i numeri: 209 contrari, 48 favorevoli e 6 astenuti.
Al termine della prima guerra mondiale, nel dicembre 1918, venne ampliato il suffragio maschile abbassando l’età dei votanti a 21 anni.
Sembrava che fosse arrivato anche per le italiane il tempo di votare, in fondo durante la guerra avevano dimostrato di poter sostituire gli uomini impegnati al fronte, avevano preso i loro posti di lavoro e invece…
In compenso pochi mesi dopo fu varata la ‘Legge Sacchi’ che aboliva l’istituto giuridico della “autorizzazione maritale”. La legge riconosceva la capacità giuridica delle donne, permettendo loro di gestire i propri beni e atti legali senza dover ricorrere al consenso del marito e apriva loro le porte a lavori e incarichi sociali.
Incredibilmente, subito dopo la Camera dei deputati approvò l’estensione del voto politico e amministrativo alle donne, anche stavolta sembrava fatta ma… la fine anticipata della legislatura impedì che la legge venisse approvata dal Senato. Tutto da rifare.
Si arriva al fascismo: nel 1925 il regime concesse alle donne il voto amministrativo con una legge chiamata “il voto delle signore”. Anche stavolta fu una beffa: la legge fu resa inutile dalla riforma podestarile che abolì gli organi locali. Mussolini, d’altra parte, era poco interessato all’argomento e in un’intervista a Le Journal nel novembre del 1922 aveva dichiarato che il voto alle donne era inutile.
Occorre arrivare alla Liberazione perché le cose cambino, il 30 gennaio 1945 il Consiglio dei Ministri con il decreto legislativo del giorno dopo delibera il diritto di voto alle donne dai 21 anni, sono escluse solo le prostitute che non esercitavano nelle case di tolleranza (esclusione cancellata nel 1947).
D’altra parte le donne non potevano più essere escluse dalla vita politica dopo la loro partecipazione alla Resistenza e alla Liberazione. Secondo dati dell’Anpi: 35mila furono le partigiane combattenti, 20mila le patriote con funzioni di supporto, 70mila le donne appartenenti ai Gruppi di difesa, 5mila circa le donne arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti, circa 3mila le deportate in Germania.
Le donne votano per la prima volta il 10 marzo 1946, in occasione della prima tornata delle prime elezioni amministrative postbelliche. Unico requisito che avessero almeno 25 anni sia per eleggere i loro rappresentanti e, soprattutto, per essere elette.

In questa tornata elettorale che interessò più di 5mila comuni vennero elette sei sindache: Margherita Sanna a Orune, (Nuoro); Ninetta Bartoli a Borutta (Sassari); Ada Natali a Massa Fermana (Fermo); Ottavia Fontana a Veronella (Verona); Elena Tosetti a Fanano (Modena); Lydia Toraldo Serra a Tropea (Vibo Valentia). Le donne cominciavano a contare.
Si aspettava il 2 giugno, la data delle elezioni politiche a cui avrebbero partecipato tutte le donne del paese per eleggere l’Assemblea Costituente, che avrebbe dovuto redigere la Costituzione, e per scegliere con un referendum se l’Italia dovesse continuare a essere una Monarchia o diventare una Repubblica.
Il 2 giugno del 1946 fu una domenica straordinaria, le aspettative e il clima delle donne sono ben raccontate nel film di Paola Cortellesi C’è ancora domani. Come ricordò la giornalista femminista Anna Garofalo, che allora conduceva la trasmissione radiofonica Parole di una donna: le schede elettorali giunte a casa ‘’ Stringiamo le schede come biglietti d’amore’’. Sempre Garofalo raccontava che le code ai seggi erano interminabili, alcune donne si erano portate dei seggiolini per resistere, quasi tutte avevano seguito l’indicazione di non mettere il rossetto per non vanificare il voto, inoltre ciò che l’aveva colpita era che le donne in fila discutevano anche con gli uomini sentendosi finalmente libere e alla pari.
Le donne votarono più degli uomini, 12.998.131 contro 11.949.056, votarono con la stessa partecipazione al Nord e al Sud. Questo diritto, frutto di una faticosa lotta, era insieme un riconoscimento della piena cittadinanza, un atto di liberazione, di speranza e di entrare in Parlamento come testimoniarono e 21 deputate elette.
Le elette erano in maggioranza sposate (16 su 21) e con figli, avevano un titolo di studio (14 laureate), molte provenivano dalle fila della Resistenza, tra loro Adele Bei, condannata a 18 anni di carcere per attività antifascista, Teresa Noce, messa in carcere e poi deportata, Rita Montagnana.
La maggior parte di loro lavorava, molte nella scuola, provenivano da tutte le parti del paese, e tra loro c’era chi era nata alla fine dell’800 e chi sotto il fascismo.


