
Contadini della Vita
Mio padre è un uomo di poche parole. Qualche anno fa gli regalai una bellissima ceramica dipinta da un artigiano con la scritta “Sono nell’orto” che ora è appesa di fianco alla porta d’ingresso, ad indicare a chiunque arrivi che è inutile cercarlo dentro casa, anche se in famiglia, quando cerchiamo papà, diciamo semplicemente che “è nel suo Regno”.
Non so se ami la natura più degli esseri umani, ma credo proprio che quando è immerso tra piante e animali si senta davvero a suo agio. Ha un grande giardino che cura con amore e fatica, e un orto che ci sfama con generosità. Poco tempo fa l’ho sentito dire che non ama l’irrigazione automatica: lui, con le piante, ci deve parlare, per ascoltarle una ad una, capire se hanno sete e intuire cosa desiderano. Origliare quelle parole mi ha fatto sorridere e riflettere: chissà se tutte le parole che non dice a noi, non le confidi proprio alle sue amate piante.

Mi è tornato in mente un episodio di tanti anni fa: ero ragazzina e mi accompagnò nel bosco di fianco a casa. Mi intimò di toccare il meno possibile ciò che ci circondava, per non confondere i passaggi abituali degli animali che ci vivevano. Poi iniziò a mostrarmeli, quei passaggi, attraverso piccoli segnali invisibili a un occhio distratto: un’impronta, dei peli, una corteccia consumata, una foglia mangiata. Dettagli minimi da osservare con cura, proprio lì, a un passo da noi.
Ho sempre desiderato che mio padre mi trasmettesse a parole tutto il suo infinito sapere, eppure la sua natura silenziosa e pratica gli rende difficile condividerlo a voce. Ora che siamo grandi, però, si è fatto coraggio: va in vacanza una volta all’anno e mi affida (non senza fatica, ne sono certa!) la cura del suo Regno.
Ed è così, immersa in questo silenzio, che inizio a scoprire il suo mondo attraverso i muretti a secco e gli attrezzi impregnati della sua sapienza: osservo, scruto, e quasi chiedo alle foglie di spifferarmi i segreti che lui ha confidato loro.
In questi giorni di inizio estate, ad accompagnarmi nella cura di questo spazio, c’è il mio bambino. Averlo accanto mi fa riflettere su come il passaggio di consegne, in qualche modo, non si interromperà mai. Insieme a lui capisco che il corpo impara e assorbe molto prima della mente, semplicemente abitando uno spazio con cura e bellezza.
C’è, inoltre, una meravigliosa coincidenza, quasi un regalo, in tutto questo: proprio in questi giorni in cui ho le mani immerse nella terra, ho iniziato a leggere gli scritti di Gianfranco Zavalloni e tra le sue pagine ho trovato un’eco fortissima di ciò che vivo e respiro qui.
Zavalloni si definiva un “dirigente scolastico contadino” e ricordava come, per far crescere qualcosa, occorra fare un lavoro pratico. Bisogna preparare il terreno, sapere che da soli non si può fare nulla senza il calore del sole e la fertile presenza dell’acqua, e soprattutto bisogna sapersi sporcare le mani.
Proprio come mio padre desidera comprendere ogni singola piantina, chinandosi per ascoltarla, Zavalloni ci offriva una domanda così semplice da essere illuminante, paragonando il contadino che semina semi che fra di loro sono tutti diversi, ci chiede “Avete mai trovato un bambino identico a un altro?”. Nei suoi appunti parlava del valore politico della bellezza e della semplicità, ricordandoci che praticare la bellezza e valorizzare ciò che è naturale è un atto educativo e vitale potentissimo.
Mi ritrovo quindi a pensare, ancora una volta, che chi si sporca le mani, chi sceglie di essere un “contadino della vita”, ha un dono immenso da lasciare su questa terra. Che si tratti di crescere un bambino, di insegnare, di coltivare un orto, o semplicemente di scegliere come porsi di fronte a chiunque incroci il nostro cammino, l’ascolto profondo, la cura e la ricerca della bellezza sono forse l’unica vera chiave per abitare pienamente la vita, in qualsiasi ambito ci troviamo.

Alla fine, rifletto sul fatto che la strada della conoscenza potrebbe non essere altro che questo: un atto di fiducia e di silenzio.
Proprio come nello yoga tradizionale, dove il sapere non viene semplicemente travasato da maestro ad allievo, ma è piuttosto la risonanza che si crea, l’intimità profonda della vibrazione a trasmettere tutto ciò che vi è da sapere.
La conoscenza diventa così una strada fatta di mani, di sudore, di un lento e silenzioso passaggio di consegne. L’autentico sapere germoglia dalla pratica, da una domanda che sboccia dall’esperienza viva del fare, e non dal puro desiderio intellettuale di capire.
È mentre faccio queste riflessioni, che mi arrendo e abbandono la fame di sapere e di parole che, spesso, mi contraddistingue. Mi sembra, così, di iniziare a comprendere che è per questo che mio padre non ha bisogno di spiegarmi nulla, perché mi basta vederlo curvare la schiena tra le sue piante o trovare, al mio ritorno, un nuovo muretto sistemato o un frutto maturo colto al momento giusto, grazie a quell’ innesto studiato con pazienza. In quel silenzio, in quella cura che lui dedica al mondo, sento che mi sta consegnando tutto ciò che conta e allora, in fondo, il suo Regno non è altro che un atto d’amore scritto con la terra, che ora, con la stessa pazienza, sto provando a leggere anch’io.


