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La storia di Nellie Bly

Tempo di lettura: 4 minuti

Anni fa sedevo nel consiglio di amministrazione di una importante fondazione filantropica. In una circostanza, venendosi a creare un vuoto nella figura del presidente dell’ente, per una serie di coincidenze il ruolo venne assegnato ad una giovane donna con qualità personali e parentali utili al prestigioso incarico.
Nel corso della prima riunione del consiglio sotto la nuova guida, fui felice di sottolineare l’opportunità di avere al comando una persona giovane e di genere femminile, cosa che mi induceva a proporre di applicare subito nei documenti ufficiali e nelle espressioni verbali, l’articolo “la” davanti alla parola “presidente”. Un semplice cambio di articolo che segnava un importante progresso culturale.

La proposta, sorprendentemente per me, non riscosse entusiasmi nel consiglio, anzi, fu la stessa giovane neo presidente a contrastare l’idea con una espressione laconica e definitiva: «E’ così importante questo ruolo che per me sarà un onore essere chiamata “il presidente”».

Rimasi senza parole, così come lo fui quando l’attuale nostro presidente del consiglio scelse lo stesso articolo maschile per definire istituzionalmente se stessa, prima donna premier in Italia.
Per me un errore grammaticale e, soprattutto, un malinteso valoriale che la storia del mondo ci esorta a correggere. Una storia affollata di donne invisibili e importantissime (spesso ombra di uomini che riscuotevano indegnamente meriti altrui) che hanno offerto contributi fondamentali all’evoluzione dell’umanità.

Ecco perché, fatto questo preambolo prolisso e personalizzato, oggi voglio scrivere di Nellie Bly, donna che si scelse questo nome abbandonando il suo originale Elizabeth Jane Cochran. Nata sotto il glorioso segno del Toro il 5 maggio 1864 a Burrell, un piccolo paese nello Stato della Pennsylvania, USA; tredicesima tra i quindici figli del giudice e uomo d’affari Michael Cochran, morto quando lei aveva solo sei anni. Poi la madre si risposò con un uomo che si rivelò alcolizzato e violento. Elizabeth, ancora adolescente, testimoniò spontaneamente contro di lui nel processo di divorzio voluto dalla madre.

Aveva 18 anni quando lesse un articolo dal titolo What Girls Are Good For (A cosa servono le ragazze), pubblicato sul Pittsburgh Dispatch, in cui si affermava che le donne sono buone solo a pulir casa e crescere i bambini. La nostra scrisse subito una lettera incandescente al direttore di quel giornale che non solo la pubblicò, ma le propose subito l’assunzione come giornalista. Lei accettò a condizione di non essere relegata tra le pagine “femminili” e potersi firmare Nellie Bly (spunto dal titolo di una canzone di quel tempo).

A vent’anni, nel 1884, fu l’unica giornalista che intervistò Belva Ann Lockwood, la prima donna candidata alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America.
Nel 1886, dopo essersi occupata di questioni sindacali e di lavoro, fino a rendersi ‘sgradevole’ per gli ambienti industriali dell’epoca, si trasferì in Messico come corrispondente estera per scrivere sulle condizioni sociali del paese sotto il potere di Porfirio Díaz, svelando corruzioni e malaffari, fino ad essere costretta a lasciare il paese.

Nellie Bly, aveva 23 anni quando si trasferì a New York per offrirsi come giornalista al New York World di Joseph Pulitzer; qui propose un’inchiesta sulle condizioni del reparto femminile dell’ospedale psichiatrico New York City Mental Health Hospital. Pulitzer accettò l’idea. Nellie si finse pazza per farsi internare, così fu testimone diretta e carnale delle terribili condizioni in cui venivano ‘curate’ le pazienti nell’ospedale.

Dopo 10 giorni il suo giornale intervenne per farla ‘dimettere’. Nellie Bly realizzò un’inchiesta che portò la luce in quei reparti di vera e propria reclusione violenta. Un luogo cupo e inumano che definì «una trappola umana per topi. È facile entrare ma, una volta lì, è impossibile uscire» dove erano internate insieme alle degenti realmente affette da patologie psichiatriche, anche donne immigrate, donne ripudiate dai familiari, donne sane di mente ma rifiutate dalla società.
L’inchiesta fece molto scalpore e costrinse l’amministrazione a prendere concreti provvedimenti.Con lei, con Nellie Bly e le sue iniziative d’indagine coraggiose e non senza rischi, è nato il giornalismo investigativo.

La firma di Nellie Bly

Nel 1888 convinse Pulitzer a finanziare il suo progetto di ripercorrere da sola – la prima donna al mondo a fare una cosa simile – il viaggio che lo scrittore francese Jules Verne aveva solo immaginato in 80 giorni per circumnavigare la Terra. Facendone la cronaca, la giornalista percorse un viaggio di 40.000 km in settantadue giorni, sei ore, undici minuti e quattordici secondi. All’epoca si trattò di un record assoluto. Il suo diario Around the World in Seventy-two Days fu un grande successo di pubblico e Nellie Bly divenne nota in tutto il mondo.

Esempio di emancipazione femminile, fu anche la prima donna giornalista corrispondente di guerra con l’avvento nel 1914 della Prima Guerra Mondiale.

Ritornata negli Stati Uniti dopo il conflitto, continuò a scrivere e mobilitarsi per vedove, orfani, temi sociali e femminili. All’età di 57 anni, il 27 gennaio 1922, Elizabeth-Nellie morì di polmonite al St. Mark’s Hospital di New York.
Pare che pochi giorni prima della sua scomparsa rilasciò una dichiarazione a memoria che è difficile da immaginare offerta da un uomo, anzi, che testimonia quel valore intimo e potente, femminile e trasformativo, coraggioso e umile che solo una donna in quanto donna può rendere visibile e vivibile:
«Non ho mai scritto una parola che non provenisse dal mio cuore. E mai lo farò».

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