
Carlo Ginzburg (partendo da Francesco De Gregori)
La storia siamo noi, nessuno si senta offeso, siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo… siamo noi queste onde nel mare, questo rumore che rompe il silenzio, questo silenzio così duro da masticare.
Come non pensare alla bella canzone di Francesco De Gregori per ricordare Carlo Ginzburg recentemente scomparso. Francesco De Gregori, lo sappiamo, è un cantante. E’ possibile, invece, che non tutti sappiano chi era Carlo Ginzburg, a detta di molti il più grande storico italiano di questo scorcio di secolo. Ma perché era così grande e così poco conosciuto se non dagli addetti ai lavori? Rispondere alla seconda domanda è relativamente semplice: era poco conosciuto semplicemente perché non andava in televisione e concedeva rare interviste. Più complicato è far capire perché è stato un grande storico.
Intanto chi era nella vita: il suo cognome, Ginzburg, ci riporta ad una delle figure più nobili della Resistenza al nazifascismo. Il padre, Leone Ginzburg, intellettuale e studioso di letteratura russa e non solo, fu catturato durante la guerra e recluso a Regina Coeli dove morì per le torture subite. La madre era Natalia Levi, meglio conosciuta come Natalia Ginzburg, scrittrice e Premio Strega con il celeberrimo Lessico Famigliare. Quindi origini importanti, dal punto di vista civile e letterario, da cui trasse una sensibilità particolare che forse fu alla base della sua rivoluzionaria concezione della storia.
Partendo dalla scuola degli Annales di Marc Bloch, Carlo Ginzburg ha legato il suo nome ad una delle innovazioni più felici, quella della Microstoria, vale a dire la storia delle donne e degli uomini non importanti e soprattutto ignoti, che proprio per questo hanno lasciato tracce indelebili ma misconosciute, secondo un metodo rimasto per sempre legato alla collana Einaudi “Microstorie”.
Per capire la grande innovazione introdotta da Ginzburg con le sue indagini di Microstoria, forse niente può essere utile come un brano di uno storico molto più antico, quel Jules Michelet autore di una famosa Storia della Rivoluzione Francese. Tanti anni prima, Michelet – probabilmente senza saperlo – aveva aperto la strada a questo tipo di ricerche quando aveva scritto che il compito dello storico è quello di dare voce a coloro che nel corso dei secoli non hanno potuto parlare e se lo hanno fatto non sono stati ascoltati. Al contrario lo storico deve dare voce anche a quelli che dalla storia sono stati esclusi pur avendo vissuto e sofferto, e che sono scomparsi senza aver avuto la possibilità di poter descrivere la propria sofferenza e soprattutto senza averla potuta trasformare in un pensiero chiaro e vissuto a livello di coscienza.
Carlo Ginzburg ha fatto suo il messaggio di un antico collega e lo ha trasformato in una vera e propria categoria storiografica, scrivendo libri che sono diventati dei classici come I Benandanti o Il formaggio e i vermi nel quale indagala figura di un mugnaio mandato al rogo dall’Inquisizione per le sue rivoluzionarie idee. Tra le sue tante opere, in una delle sue ultime pubblicazioni dal titolo La Lettera Uccide – citazione della Seconda lettera di San Paolo ai Corinzi in cui la Lettera del titolo è contrapposta allo Spirito che vivifica – indaga sulle infinite rivelazioni involontarie di storie apparentemente trascurabili che sicuramente sarebbero state ignorate dalla cosiddetta Grande Storia.
La storia siamo noi, cantava il poeta/cantante De Gregori: intuizione straordinaria ma serviva uno storico che, “inventando” la Microstoria, ci spiegasse perché.
Grazie, Carlo Ginzburg per averlo fatto. Ci mancherai.


