
Palamito ovvero saggezza
C’era ancora la lira quando stavo passeggiando a Riomaggiore con la macchinetta fotografica a tracolla; si, perché le 5 terre sono un posto fantastico per uno fotografo, anche se nel mio caso si dovrebbe dire un aspirante fotografo. Stavo scendendo dalla strada centrale verso il mare facendomi largo tra i soliti centomila turisti da “giro completo delle 5 terre in una mattinata pranzo incluso”, quando vedo su un muretto che affaccia la piccola insenatura di mare del paese, un pescatore che stava preparando la prossima uscita a mare.
Non era solo, anche altri suoi colleghi lavoravano tranquilli sullo stesso muretto alle loro reti; ogni tanto si scambiavano qualche parola in un dialetto praticamente incomprensibile che noi forestieri chiamiamo genovese ma che immagino anche qualche abitante della Lanterna abbia difficoltà a comprendere. Nessuna risata, solo qualche sorriso a mezza bocca e avanti con le reti.
Mi avvicinai con la macchina puntata sulle mani del vecchio e abbozzai un goffo: ”posso?”
Rispose tranquillo con un breve cenno di assenso con la testa guardandomi appena.
– ”Buongiorno, che rete è questa?”
– “E’ un parangal“ rispose dopo qualche secondo, “un palangaro”
– “Ah, un palamito” aggiunsi e lui reagì tirando su leggermente una spalla.
Non mi chiese nulla e degnò appena di una sguardo la mia macchina fotografica, chissà quanti ne aveva visti da quelle parti.
– “Piacere mi chiamo Massimo”
– “Giovanni”
– “Certo è una preparazione molto lunga, quanto ci vuole a completarla?” aggiunsi cercando di avviare una improbabile conversazione.
– “Ancora un’oretta”
– “E si pesca tanto con questo tipo di rete?”
– “No”, fu la risposta biascicata a mezza voce con una punta di disagio. Mi accorsi di aver sbagliato a fare quella domanda, non potevo certo sapere se Giovanni fosse contento della sua vita o se ne lamentasse come capita a molti di fare; lui però, prendendomi in contropiede, mi disse:
– “Se ti offrissi 10 milioni di lire, li prenderesti?”
– “Certo.” Risposi un po’ sorpreso da quell’uscita che non riuscivo a legare al fatto che non si pescava tanto con quella rete.
– “E cosa mi diresti?” aggiunse lui quasi leggendomi nel pensiero.
– “Grazie!” fu la mia ingenua risposta.
– “C’è solo un piccolo problema, l’indomani non ti sveglieresti.”
Me lo disse molto lentamente, stavolta guardandomi bene in faccia con il suo viso rugoso da pescatore, cotto dal mare con i suoi occhi scuri, profondi, vita dura, testa fina e tanta saggezza.
– “Li prenderesti ancora?”, “Allora no” replicai.
– “Hai ragione, quindi svegliarti domani vale molto più di 10 milioni di lire; allora la tua vita è importante, non è faticosa, con poco guadagno, con poco pescato. La realtà è che ti ci sei abituato.”
E aggiunse: “Però se ti abitui a qualcosa, smetti di vederne il valore reale, ti sembra che ci sia sempre bisogno di qualcos’altro, di qualcosa di più e in quel momento cominci ad essere insoddisfatto, a star male, a lamentarti, a chiedere di più.”
Abbassò lo sguardo e tornò ai suoi ami; avrei voluto poterlo fotografare all’alba quando usciva a mare con la sua barca, in piedi a poppa mentre governava il timone tra le gambe e rifletteva sul fatto che quella nuova giornata non era la copia sbiadita di quella già passata anzi era una mattina che un giorno avrebbe rimpianto come un desiderio impossibile; non c’erano milioni di lire o pesche miracolose che potessero realizzarlo ma la rete andava gettata ugualmente anche se il pescato fosse stato poco.
Non sarei mai riuscito a fare la foto della scena che stavo immaginando mentre Giovanni continuava tranquillo a preparare il suo “parangal” e gli altri pescatori ammiccavano verso di lui chiedendosi perché mai perdesse il suo tempo a chiacchierare con un turista.
Ma il pensiero di non dovermi abituare a quello che ho senza dargli più il suo valore, cominciò a risuonare dentro la mia testa mentre mi allontanavo dal muretto; non ero riuscito a dire null’altro dopo l’ultima frase di Giovanni ma lui non se ne dispiacque… credo.


