
Disobbedire per essere liberi
Ilaria ha otto anni, vive a Ginevra ed è appena uscita da scuola, attende la sorella Ana e invece incontra il padre. Fulvio, separato dalla madre, le dice che i programmi sono cambiati che si vedranno con Ana e la mamma da Léon, come fanno una volta al mese da quando non vivono più insieme.
L’automobile, non appena Ilaria è salita, parte, dopo una telefonata Fulvio è agitato, le dice che la mamma ha cambiato idea che non si vedranno da Léon e che quindi staranno insieme qualche giorno.
In realtà il loro viaggio durerà due anni, su e giù per l’Italia: dalla Val d’Aosta, passando per Trieste e giungendo alla fine a Palermo.
Come avrete capito nel romanzo Ilaria o la conquista della disobbedienza di Gabriella Zalapì, la piccola viene rapita dal padre. Ma dimenticate le immagini dure che affiorano da cronache o serie televisive, qui non c’è una cattività dura, imposta brutalmente. Anzi, l’abilità dell’autrice, che ci narra la vicenda dal punto di vista della bambina, ci induce ad abbandonare gli stereotipi del rapimento e a prendere atto di una realtà più sfaccettata.
Padre e figlia, come in un film on the road, si muovono in continuazione tra autogrill e alberghetti, consumano pasti veloci, ma a Roma albergano in un Grand Hotel. In alcuni momenti vivono di espedienti (furti di valigie) e tra loro ci sono anche diversi momenti di complicità.
Fulvio, non riesce ad accettare la separazione, è comunque un padre carismatico, un grande bugiardo, capace talvolta anche di sincerità, è di fatto incapace di immaginare una vita da single. Non fa che procurarsi gettoni, fermarsi davanti a cabine telefoniche per chiamare l’ex moglie, mente a Ilaria dicendo che la madre non vuole parlare con lei, e mente anche alla ex moglie dicendole che la figlia la odia.
Insieme Fulvio e Ilaria ascoltano la radio da cui apprendono le notizie degli attentati neofascisti a giudici, le cronache turbolente degli anni ’80 e anche la strage di Bologna. Le audiocassette sono la colonna sonora dei loro spostamenti, Ilaria impara i testi dei cantautori italiani, li canticchiano insieme e apprezza anche il jazz.
La protagonista vuole essere leale col padre, non tenta fughe, non chiede aiuto negli autogrill o nei bar, si preoccupa del fatto che l’uomo perda il controllo e beva molto. Le capita di accudirlo come quando Fulvio, ubriaco, si sdraia vestito sul letto di una stanza rimediata sopra un bar e lei gli toglie le scarpe e lo copre.
Con la sua semplicità e facendosi forza del suo mito Nadia Comāneci e del suo pupazzo Birillo, che il padre le ha regalato e che in una scucitura custodisce i suoi segreti, Ilaria riesce a resistere.
«Voglio andare a scuola, giocare, vedere le mie amiche, andare ai compleanni, a lezione di ginnastica.
Voglio fare i flic flac, le capriole allenarmi alla trave come fa Nadia Comāneci. Voglio tornare a casa. Poi l’idea di lasciare Papà mi raggela.
Non posso lasciarlo solo. Lo fisso, mi siedo accanto a lui, gli metto la testa sulla spalla e gli infilo la mano sotto il gomito.
Papà mi accarezza la guancia e me la pizzica. Cosa ti prende, mia piccola Principessa?»
Ilaria guarda la realtà, è curiosa. Nei vari bar dove il padre si ferma osserva le persone, si inventa le loro storie a partire dagli sguardi tristi che intravvede negli specchi sopra i banconi.
A Livorno parla con un operaio senza denti, un rompiscatole come si definisce, uno che disobbedisce, ne è colpita.
Ilaria impara a leggere le persone senza giudicare mai, neppure il padre.
«Cosa mi impedisce di odiare papà? La vergogna che ho letto nei suoi occhi il giorno in cui esasperata dai suoi whisky, ho svuotato la bottiglia di Ballantine’s nel lavandino del bagno. Ho sostituito il liquido giallastro con dell’acqua. Dopo aver bevuto un lungo sorso direttamente dalla bottiglia, Papà mi ha guardato con la coda dell’occhio. Ha chinato il capo senza dire una parola.»
La bambina cerca affetto e persone solide a cui aggrapparsi e affidarsi, il padre non lo è più.
Le incontrerà a Palermo, sono persone semplici non del lignaggio della nonna che lì vive nel suo palazzo avito. La nonna è una donna forte, altera e ricca anche di contraddizioni. Architetta, con servitù come un tempo, attentissima all’etichetta, è anche capace di lasciare che un homeless dorma nella sua macchina purché non la sporchi.
Senza svelare troppo, Ilaria imparerà l’arte della disobbedienza e della libertà.
Quello che colpisce di questo libro, premiato con il Prix Femina des lycéens 2024 e vincitore del Prix France Culture 2025, è la scrittura ad altezza di bambina.
Grazie allo sguardo di Ilaria vediamo un mondo diverso da quello adulto, il racconto ha il ritmo dei suoi pensieri, la sua voce, il suo vocabolario, ed è narrato in prima persona.
L’autrice ha lavorato molto sulla prosa, ogni parola è quella adatta a dare forma ai sentimenti di Ilaria. Il romanzo non ha capitoli, procede per avvenimenti, talvolta nelle pagine c’è un grande spazio bianco che sospende la narrazione e interroga il lettore.
E poi c’è il mondo degli anni ’80 in cui molti di noi si ritrovano: è fatto di canzoni e oggetti spariti o quasi come i gettoni alle cabine telefoniche, i telegrammi, i programmi televisivi. Pippi Calzelunghe, ai bar con la formica e i flipper. E accanto a questi, gli avvenimenti anche sanguinosi di quegli anni di terrorismo che la bambina cita senza capirne davvero la portata.
C’è molta delicatezza e amore in questo racconto, una grande attenzione ai sentimenti di tutti, quasi una lezione in tempi di non ascolto e pregiudizi.
Gabriella Zalapì, nata a Milano, è anche inglese e svizzera. È una scrittrice e un’artista visiva. Vive a Parigi e scrive in francese.
Zalapì ha vissuto un’esperienza analoga a quella di Ilaria, ma sottolinea che il libro non è autobiografico ma un romanzo di fantasia.



