Skip links

La scuola? Una grande malata senza cure

Tempo di lettura: 5 minuti

La Scuola, tra esami di maturità e gravi “intemperanze” di allievi che si divertono a fare il tiro assegno in aula sull’insegnante o uno che ne pugnala un’altra, è una parola molto ripetuta in questo periodo. Gli “esperti “ne fanno uso continuo su giornali e TV concludendo i loro interventi con paragoni sulla scuola del passato.

Quale passato? La scuola del dopo Sessantotto o quella precedente alla contestazione studentesca? Fare paragoni è impossibile: sono tre mondi diversi vissuti da generazioni diverse in periodi che hanno in comune la mancata realizzazione di una vera e grande riforma.

Vorrei raccontare che cos’era la scuola della prima generazione, quella mia, quando nell’Italia democratica era ancora in vigore la Riforma Gentile, quella varata dal fascismo che Mussolini aveva definito “la più fascista delle riforme”. È rimasta nelle elementari, nelle medie e nei licei sino al 1962; ovviamente erano stati cancellati i simboli del fascismo come la scritta “libro e moschetto fascista perfetto” che accoglieva gli studenti grandi e piccoli quando oltrepassavano la soglia dei loro istituti. Ma i programmi non erano cambiati e neanche la mentalità di molti maestri e professori. Gli allievi erano considerati dei contenitori da riempire con le parole. Il dialogo era assente come non esisteva la contestazione. Si doveva ubbidire e basta!

Non ho mai amato la mia scuola e come studente non ho mai brillato; gli insegnanti davano su di me il classico giudizio “è intelligente ma non si applica”. Non ero né pigro, né svogliato; ero come un impiegato che svolge un lavoro che non gli è congeniale. Rifiutavo inconsciamente l’intero sistema tranne qualche eccezione dovuta a rari professori che evitavano l’insegnamento pedissequo. Aggiungo che ero un allievo tranquillo da 9 in condotta, ma avevo il difetto di fare agli insegnanti qualche domanda in più “non prevista dal programma”.

Ricordo molto di quel brutto periodo della mia gioventù che da un lato mi ha lasciato qualche trauma, poi superato, ma nello stesso tempo mi ha spinto a fuggire con la mente e con i fatti. Adesso sorrido quando penso a un episodio che mi capitò al liceo scientifico di Livorno. Un giorno l’insegnante di religione, un giovane prete considerato “moderno”, ci dette da scrivere un tema in classe sulla Chiesa e il “bene che ha fatto nel mondo”. Descrissi anche il male citando Dante riguardo a Bonifacio VIII; Giordano Bruno bruciato vivo in Campo dei Fiori, a Roma, e altri avvenimenti che dettero fastidio al prete. Il giorno dopo fui chiamato dal preside il quale mi disse senza spiegazioni che ero sospeso e di tornare il giorno dopo accompagnato da mio padre.

Non conoscevamo ancora la causa della mia sospensione, quando il preside tirò fuori dal cassetto il mio tema di religione dicendo: “Ecco cosa scrive suo figlio”. Mio padre lo lesse e commentò con calma: “Mi sembra una buona ricostruzione storica”, poi mi chiese di aspettarlo fuori dalla presidenza. Dopo un quarto d’ora uscì anche lui e mi disse che il preside mi permetteva di rientrare in classe. “Che cosa gli hai detto?”, domandai. Mi rispose di aver ricordato al preside che in Italia esiste una Costituzione e quindi anche la libertà di pensiero; inoltre che a Campo dei Fiori esisteva una statua dedicata dallo Stato laico a Giordano Bruno.

Pochi giorni dopo mi consigliò di trasferirmi in un altro istituto “per evitare la vendetta del preside”. Così feci il pendolare alla rovescia iscrivendomi nel piccolo liceo di una cittadina della costa livornese. Con sorpresa trovai professori diversi, più aperti. Per esempio quello di Storia ci parlò del Risorgimento rivelando delle verità non sempre eroiche come la rivolta dei contadini di Bronte che chiedevano le terre del demanio borbonico promesse da Garibaldi, massacrati da Bixio mandato dall’Eroe dei due mondi. Un altro ci segnalò i film All’Ovest niente di nuovo e Orizzonti di gloria, sull’orrore della prima guerra mondiale, che però io avevo già visto perché se ne parlava nella mia famiglia.

Anni dopo ho capito che il mio problema con la scuola si basava sulla differenza tra vita familiare e ambiente scolastico. A casa ascoltavo e comprendevo i consigli dei miei, le discussioni sulla politica, leggevo libri che prendevo dalla ricca libreria che copriva alcune pareti, riuscivo a comprendere i messaggi di film di avanguardia e non sopportavo i western sugli indiani cattivi.

Nelle aule scolastiche, al contrario, mi scontravo con le lezioni su Dante basate sulla filologia e la semantica senza che venisse spiegato il mondo in cui viveva il poeta; il Foscolo non mi interessava affatto e mi chiedevo del perché si dovessero sprecare ore di lezione sui Sepolcri; perché dovevo esser costretto a imparare a memoria le interminabili poesie del Carducci e del Pascoli; la “teoria del fanciullino” mi appariva inutile. Magari sarebbe stato più importante sapere che il poeta della “Cavallina storna” era stato socialista e incarcerato per aver partecipato a una manifestazione politica.

Mi incuriosì di lui invece una storia che lo riguardava quando insegnava Latino e Greco al liceo classico Nicolini di Livorno dov’era rimasto sino al 1895. Vicino alla scuola c’era una antica trattoria dove andavo qualche volta. La cuoca e padrona, una signora ultraottantenne, ricordava che quand’era giovane serviva il poeta, un assiduo cliente. “Veniva tutti i giorni dopo le lezioni – mi disse – si sedeva al solito tavolo, ordinava un primo, un secondo, un litro di vino rosso, che beveva tutto, e poi si addormentava con la testa appoggiata sul pugno della mano. Mezz’ora dopo lo veniva a prendere la sorella che brontolando lo accompagnava a casa, qui vicino”. Lo raccontai al mio professore di lettere il quale mi disse di lasciar perdere, quella storia avrebbe sminuito la fama del poeta.

Ricordo anche che in letteratura, al movimento della Scapigliatura, veniva dedicato un minimo spazio: gli scapigliati ci venivano descritti come degli eccentrici dai capelli lunghi, un po’ come gli hippy di qualche tempo fa. Invece quell’argomento andava approfondito perché contestava la cultura dell’Italietta monarchica. Negli Anni cinquanta dominava ancora Il Romanticismo a scapito del Verismo di Verga, appena accennato e degli autori del dopoguerra, ignorati.

Le lezioni di Storia generalmente acritiche e basate soltanto sulla memoria, si fermavano all’inizio della prima guerra mondiale con riferimenti alla battaglia del Piave e alla vittoria di Vittorio Veneto. Un breve accenno veniva dedicato alla batosta di Caporetto. Il programma non contemplava il periodo fascista, il secondo conflitto, la Resistenza, accenni alla Costituzione. Nel ’56 arrivò l’Educazione civica che consisteva in una paginetta preparata dal ministero e letta velocemente dagli insegnanti.

Il mio scontro con la scuola era inevitabile, ma non mi rendevo conto delle cause. Accadeva anche ad altri studenti, ma le famiglie, anche quelle di mentalità più aperta come la mia, non erano in grado di comprendere. Contrariamente ad oggi, allora non esisteva l’assistenza psicologica per gli studenti; dovevano cavarsela da soli e il più resistente o il più furbo poteva farcela.

Quando scoppiò la contestazione studentesca, ormai avevo una laurea e lavoravo. Ne seguii da osservatore e giornalista le varie fasi: prima di tutto il caso della Zanzara giornale scolastico pubblicato nel 1966 dagli studenti del Liceo Parini di Milano. Alcuni di loro avevano pubblicato un’inchiesta sulla “donna nella società italiana” e vennero denunciati da un gruppo di genitori. La magistratura accolse la denuncia ed istruì un processo per oltraggio al pudore.

La notizia provocò molto scalpore in Italia e all’estero e in tribunale arrivarono decine di giornalisti da tutto il mondo. I ragazzi e il loro preside vennero assolti ma lo “scandalo” dimostrò che sulla scuola italiana dominava ancora una mentalità clerico fascista. Il caso Zanzara fu uno dei simboli che crearono le basi della rivolta studentesca del ’68.

A marzo di quell’ anno a Roma gli studenti che manifestavano davanti alla facoltà di architettura a Valle Giulia furono pestati a sangue dalla polizia. La protesta si allargò   tra l’indifferenza dei partiti di sinistra; poi arrivarono gli eccessi. Tra questi mi colpì molto un episodio che riguardava Eugenio Garin, uno dei grandi filosofi e storici dell’Italia di ieri. Insegnava all’Università di Firenze quando venne contestato dagli studenti che gli sputarono addosso. Addolorato da quel gesto assurdo, decise di abbandonare l’insegnamento e fece domanda come archivista presso l’Università di Perugia. Lo aiutarono alcuni colleghi e venne accolto alla Normale di Pisa.

Foto “Scomunicando”: la carica della “celere” a Valle Giulia

Explore
Drag