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L’India protagonista di un G 20 deludente

Tempo di lettura: 3 minuti

Il G20 conclusosi la settimana scorsa a Delhi è stato considerato un successo diplomatico. Eppure, questo incontro di routine delle grandi potenze mondiali non ha ottenuto un granché. Oxfam – l’organizzazione non-profit che si dedica alla riduzione della povertà globale – lo ha infatti definito il G20 “uninspiring and underwhelming”, ovvero: poco interessante e deludente. A parte qualche breve richiamo d’obbligo a questioni importanti, nel documento finale non si è parlato in dettaglio su come affrontare la crescente disuguaglianza e povertà mondiale, gli obiettivi climatici e la transizione energetica.

Ciò che tuttavia il G20, indubbiamente, ha ottenuto è stato di aumentare la reputazione mondiale dell’India, anche in mancanza di risultati tangibili. S.Jayshankar, il ministro degli Affari Esteri indiano, ha dichiarato enfaticamente: “L’India è pronta per il mondo e il mondo è pronto per l’India”. La presidenza del G20 di Nuova Delhi ha suggellato l’ascesa del Paese al tavolo delle grandi potenze, trasformandolo così in una potenza globale a tutti gli effetti.

Ricoprire un ruolo importante sulla scena mondiale è sempre stata un’ambizione della nazione sud-asiatica sin dall’immediato periodo post-indipendenza. Allora, sotto la leadership del suo primo ministro, Jawaharlal Nehru, l’India, divenne portavoce incontrastato dei Paesi del sud del mondo per la creazione di un futuro post-coloniale più equo e giusto. Il Movimento dei Paesi Non-Allineati, di cui l’India era fondatore, divenne il forum mondiale più grande e rappresentativo. Nonostante la grande povertà, arretratezza, e scarsa capacità militare, questo periodo vide l’affermazione dell’India a livello globale.

L’ascesa al potere di Modi ha portato ad un rilancio della politica estera indiana. Senza dubbio, sotto la sua leadership, l’India è ritornata a ricoprire un ruolo importante nel mondo.

Se nella seconda metà del secolo scorso, il prestigio di Delhi aveva uno stampo ideologico e morale, stavolta, è il suo potenziale economico (è la nazione che sta registrando la più forte crescita) e demografico (ha superato la Cina come il più popoloso) insieme alla sua importanza strategica (collocata, come è, in una regione complicata) a garantirle questa ambita posizione.
In questi ultimi anni ha siglato nuovi accordi commerciali e di libero scambio con diverse potenze e ha svolto un ruolo notevole nei vari forum e istituzioni regionali e internazionali. La decisione di non condannare l’invasione Russa in Ucraina ha dato l’opportunità all’India di sfruttare al meglio l’attuale congiuntura geopolitica, contribuendo in questo modo ad affermarsi come attore chiave nell’odierno sistema multipolare.

Tutto ciò è avvenuto nonostante le persistenti questioni interne: dalla enorme e crescente disuguaglianza economica, alla riduzione delle libertà civili e alla deriva democratica, fino al conflitto (che alcuni hanno anche definito guerra civile) che ormai va avanti da mesi nello stato orientale di Manipur.

Ma soprattutto, l’ascesa al potere di Modi ha contribuito alla politicizzazione della politica estera indiana a tal punto di diventare una importante componente elettorale. Nel 2019 il Bharatiya Janata Party (BJP), il partito nazionalista hindu a cui Modi appartiene, strumentalizzò, con successo, l’incidente di Pulwama (nel quale più di 40 membri delle forze di sicurezza indiane morirono in un attentato suicida lanciato da militanti pakistani) e la conseguente risposta dell’esercito e dell’aviazione indiana ottenendo una schiacciante vittoria alle elezioni di quell’anno.

Con le prossime elezioni ormai alle porte (primavera 2024), il BJP ha investito enormi risorse per trasformare il G20 in un elemento elettorale. È stato stimato che le spese complessive abbiano raggiunto i 460 milioni di Euro. Paragonate a quelle sostenute dal governo Indonesiano per il vertice G20 dell’anno scorso, l’India ha speso quasi 10 volte tanto. Non solo, ma Modi ha insisto anche che le varie riunioni del G20 avvenissero in altre città, portando così il vertice tra la “gente”.

Molti hanno commentato come non solo il governo di Modi si fosse preoccupato di nascondere i poveri della capitale dietro teloni di stoffa, rimosso i mendicanti e demolito vari slum con ruspe e bulldozer nei mesi precedenti, ma anche come la città fosse tappezzata di immagini del primo ministro. È chiaro che l’intenzione del premier è stata quella di affermare non solo che l’India ormai ricopre una posizione globale influente, ma anche che l’artefice di questo riscatto non è altro che lui stesso.

Il culto della personalità e sfoggio di rinnovato orgoglio nazionale sono tipici dei regimi populisti. Non ha caso, l’India ha scelto l’occasione del G20 per assumere l’antica denominazione di Bharat. La scelta di questo termine di origine antichissima – è in realtà uno dei due nomi ufficiali del Paese previsto dalla costituzione e incluso sui passaporti – è un tentativo di valorizzazione identitaria e promozione della tradizione induista volta anche ad eliminare tracce del passato coloniale (oltre ad essere un tentativo non poco goffo e maldestro di contrastare la coalizione di 26 partiti chiamata INDIA – Indian National Developmental Inclusive Alliance – che è nata il luglio scorso per sfidare il BJP alle elezioni dell’anno prossimo).

Abbagliato dal “festival pirotecnico G20” e dai riconoscimenti roboanti dei leader mondiali, l’elettorato indiano non si dimenticherà facilmente di questo successo indiano e di Modi quando entrerà nella cabina elettorale.

Copertina: Il premier indiano a Delhi tra alcuni capi di Stato

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