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Quando la scienza legittima gli stereotipi

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La questione di genere all’interno del panorama scientifico è spesso relegata al mancato riconoscimento al livello storico del contributo apportato dalle donne, le quali sono scarsamente presenti nei libri scolastici e come diretta conseguenza nell’immaginario comune, che contribuisce ad accrescere le difficoltà di carriera in questo ambito. Tuttavia, la questione di genere nella scienza abbraccia istanze più ampie: comprende la natura stessa del sapere scientifico, il quale riflette la forma mentis e le strutture sociali di chi lo produce. Dagli anni Settanta, la corrente femminista ha evidenziato come la conoscenza scientifica non consista in pura osservazione della realtà, oggettiva e aprospettica, ma al contrario sia storicamente e culturalmente posizionata.

Molti stereotipi sulla scarsa affinità del genere femminile alla scienza hanno radici nella dicotomia che associa la donna alla natura e l’uomo alla cultura, la prima dominata dall’emotività e l’istinto e il secondo dalla razionalità e la logica. L’antropologa Sherry B. Ortner (1974) riconosce negli stereotipi di genere una diversa attribuzione simbolica in base alla fisiologia maschile e femminile. La donna impiega corpo ed energie per lungo tempo nella riproduzione e gestazione, al “dare la vita”. Al contrario, il genere maschile non possiede questa capacità creativa, che viene compensata con una creazione artificiale, storicamente tradotta in produzione culturale di oggetti trascendenti, sia di oggetti materiali, in un processo di “culturalizzazione” e “socializzazione” della natura stessa. Inoltre, alcune attività storicamente ricondotte al genere maschile, sono finalizzate a “togliere la vita” e al dominio, come la caccia e la guerra, attività a cui è attribuito prestigio e magnificenza, sentimenti non presenti verso l’atto creativo e vitale.

La filosofa Helen Longino (1990) analizza come i valori sociali penetrino nella prassi empirica, demolendo l’assunto di neutralità della scienza. I dati, infatti, non parlano da soli: le stesse evidenze possono portare a teorie completamente opposte, come l’alternanza del giorno e della notte e i sistemi geocentrico ed eliocentrico. Dunque, la relazione tra un’osservazione e un’ipotesi dipende sempre dalle assunzioni di fondo (background assumptions), ovvero i bias e i presupposti concettuali interiorizzati dal ricercatore. L’oggettività scientifica è pertanto presunta e mai immune al contesto e alla società che la produce. Presentare la ricerca scientifica come la sola commistione di fatti oggettivi espone al rischio di occultamento di bias, cristallizzazione di disuguaglianze e marginalizzazione di tutto ciò che non è conforme al modello.

La filosofa Helen Longino

Di queste dinamiche, le femministe hanno raccolto aneddoti oggi diventati famosi.

Nelly Oudshoorn (1990) spiega come la ricerca endocrinologica tra il 1920 e il 1940 tendesse alla conservazione della “Dottrina dei due sessi”, ovvero l’assunto per il quale gli ormoni sessuali femminili potessero essere prodotti unicamente da corpi femminili e quelli maschili unicamente da corpi maschili. Dagli anni Venti, diversi studi rivelarono la presenza di estrogeni nell’urina maschile e nei testicoli degli stalloni e successivamente venne accertata anche la presenza di testosterone nei corpi femminili, tuttavia, alcuni biologi erano restii ad abbandonare il dogma dualista: Robert Frank ipotizzò che gli estrogeni presenti negli uomini fossero stati assunti attraverso il cibo ingerito e non prodotti fisiologicamente. Sebbene successivamente negli anni Trenta i biochimici dimostrarono che entrambi gli ormoni fossero steroidi e Herbert Evans postulò il concetto di “specificità relativa”, che consentì di sganciare femminilità e mascolinità dall’anatomia dei corpi; la terminologia “ormoni sessuali maschili e femminili” fu comunque conservata, testimoniando come la componente culturale abbia prevalso alla luce delle nuove prospettive biochimiche.

Emily Martin (1991) indaga invece come i testi di medicina e biologia abbiano ricalcato gli stereotipi di genere nella descrizione della fecondazione umana. I manuali descrivono il ciclo mestruale con termini svalutanti, come necrosi, detriti, morte del tessuto e definendo l’oogenesi uno spreco, poiché degli ovuli già presenti dalla nascita solo 400-500 di essi sono effettivamente rilasciati e circa 200 impiegati per ogni feto. Tuttavia, la produzione giornaliera di centinaia di milioni di spermatozoi nell’uomo è celebrata per la straordinaria produttività. Inoltre, l’ovulo è descritto come passivo e inerme, con termini regali o religiosi come “corona”, “vestimento”, “cellule ancillari”: una Biancaneve in attesa del principe azzurro. Al contrario lo spermatozoo viene dipinto come un eroe guerriero che intraprende un viaggio pericoloso per conquistare il proprio obiettivo.

L’antropologa americana Emily Martin

Questa narrazione continuò anche negli anni Ottanta, quando le ricerche dimostrarono che lo spermatozoo non ha forza sufficiente nella coda per penetrare attivamente l’ovulo: di fatti è la superficie di quest’ultimo ad essere adesiva e catturarlo. Quando il ruolo attivo dell’ovulo venne finalmente riconosciuto con l’identificazione della proteina ZP3 da Paul Wassarman, fu nuovamente descritto con metafore negative, come un ragno che attende la cattura nella sua ragnatela.

Infine, Londa Schiebinger (1993) analizza la decisione del famoso naturalista Linneo, che nel 1758 coniò il termine “mammalia” per indicare una classe di esseri viventi comprendente anche gli umani. Le mammelle infatti non costituiscono un tratto universale nella specie umana: sono funzionali alla sola metà femminile e limitatamente al periodo dell’allattamento. Altri tassonomi avanzarono le loro proposte: Henri de Blainville nel 1816 rinominò i mammiferi “Pilifera”, gli uccelli “Pennifera” e i rettili “Squamifera” così che potessero essere distinti in base al pelo, piume o squame, mentre John Hunter propose il termine “Tetracoilia”, valorizzando il cuore a quattro camere.

Tuttavia, il termine mammifero sopravvisse ed è oggi presente nella nomenclatura zoologica. Secondo Schiebinger, questo fu favorito dal contesto politico del Settecento, in quanto le forze politiche, bisognose di forza lavoro ed eserciti, conducevano una campagna contro l’allattamento mercenario delle balie che si supponeva essere causa di mortalità infantile. L’esaltazione del seno come tratto essenziale convinse la popolazione femminile ad allattare direttamente, contribuendo tra le altre cose a rallentare il percorso verso l’emancipazione femminile confinando la donna nelle mura domestiche.

La critica femminista alla scienza assume pertanto un carattere epistemologico. Svelare la presenza di bias di genere nel sapere scientifico non comporta il rigetto totale della ricerca del metodo empirico, bensì libera dall’illusione di neutralità assoluta e aprospettica.

Se le “assunzioni di fondo” restano invisibili la scienza può trasformarsi in uno strumento di legittimazione degli stereotipi e delle disuguaglianze. Riconoscere che anche la conoscenza scientifica è storicamente e socialmente collocata non la invalida, ma al contrario la rende maggiormente rigorosa, consapevole ed equa.

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Riferimenti bibliografici:
Oudshoorn, N. (1990) Endocrinologists and the conceptualization of sex,
1920–1940 Journal of the History of Biology, Summer, 1990, Vol. 23, No. 2 (Summer, 1990),
pp. 163-186, Springer.
Ortner, S. B. (1974). Is female to male as nature is to culture? In M. Z. Rosaldo &
L. Lamphere (Eds.), Woman, culture, and society (pp. 67–87). Stanford University Press.
Longino, H. E. (1990). Science as social knowledge: Values and objectivity in
scientific inquiry. Princeton University Press.
Gobo, G., & Marcheselli, V. (2021). Sociologia della scienza e della tecnologia:
Un’introduzione. Carocci editore.
Linnaeus (1758) Systema naturae 14-16
Florman, H. M., & Wassarman, P. M. (1985). O-linked oligosaccharides of mouse egg ZP3 account for
its sperm receptor activity. Cell, 41(1), 313–324
ay M. Baltz, David F. Katz, and Richard A. Cone (1988) The Mechanics of the Sperm-Egg Interaction at
the Zona Pellucida, Volume 54, No. 4, Ottobre 1988, pp. 643-654, Biophysical Journal 1940.

    Vernon B. Mountcastle, Medical Physiology, 14th ed. (London: Mosby, 1980), 2:1624.
    https://archive.org/details/medicalphysiolog00moun

    Cell Biology,” Hypatia 3, no. 1 (Spring 1988): 61-76. 29 Gerald Schatten and Helen Schatten, “The
    Energetic Egg,” Medical World
    Herbert M. Evans, “Endocrine Glands: Gonads, Pituitary, and Adrenals,”
    in Annual Review of Physiology, ed. J. M. Luck and V. E. Hall (California:
    Stanford University, 1939),

    Oudshoorn cita in nota gli studi di Bernhard Zondek, tra cui:
    Bernhard Zondek, “Mass Excretion of Oestrogenic Hormone in the
    Urine of the Stallion,” Nature (February 1934), 209-21
    Bernhard Zondek, “Oestrogenic Hormone in the Urine of the Stallion,” Nature (March 1 934), 494.
    Oltre a:
    Ernst Laqueur, Elisabeth Dingemanse, P. C. Hart, and Samuel E. de
    Jongh, “Female Sex Hormone in Urine of Men,” Klin. Wochenschr., 6 (1 927),
    1859.

    Inoltre cita:
    Nancy H. Callow and Robert K. Callow, “The Isolation of Androsterone
    and Transhydroandrosterone from the Urine of Normal Women,” Biochem. J., 32 (1938), 1759-1762;
    Alan S. Parkes, “Androgenic Activity of Ovarian
    Extracts,” Nature (June 1937), 965.

    Frank, R. T. (1939). The female sex hormones. New England Journal of Medicine, 220(20), 821–823.
    https://doi.org/10.1056/NEJM193905182202002

    H. Siebke, “Presence of Androkinin in Female Organism,” Arch. Gynaek., 146 (1931), 417-462

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