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Parole inafferrabili che possono “chiudere”

Tempo di lettura: 3 minuti

I “confini” che siano linee o muri, reali o immaginari separano, dividono, congiungono, rendono contigue parti diverse e forse differenti.
I confini sono rassicuranti e protettivi oppure sono discriminanti e aggressivi. Dipende dal valore relativo che attribuiamo a ciò che è dentro e a ciò che è fuori.
Di fatto noi li percepiamo sia a livello cognitivo e a volte razionale, che percettivo, ma non sempre sensoriale. Ci descrivono una chiusura, margine oltre il quale c’è l’indistinto, il possibile con tutti le infinite possibilità.

Proviamo ad immaginare il “confine” come un “muro”. E’ fatto di mattoni o di cemento o di lamiera e lo vedo. Penso al Muro di Berlino o al Muro che divide il Messico dagli Stati Uniti, oppure al Muro che divide Israele dalla Cisgiordania in Palestina.

Al di là della lunghezza (Berlino – la “cortina di ferro” 155 km con 3,6 Mt di altezza
https://it.wikipedia.org/wiki/Muro_di_Berlino ,
il Muro di Tijuana, il “muro della vergogna”, circa 1044 km,
https://it.wikipedia.org/wiki/Barriera_di_separazione_tra_Stati_Uniti_d%27America_e_Messico
il “muro di separazione israeliano”, di 730 km
https://it.wikipedia.org/wiki/Barriera_di_separazione_israeliana )
questi “muri” descrivono “confini” con diverse necessità di “contenere” ed “escludere” ciò che è fuori e che appare minaccioso: il comunismo, l’immigrazione, la differente cultura etnica.

Il “confine” non è un “muro” ma una “soglia”

Il “muro” ed il “confine” danno un limite spaziale e anche temporale ad una realtà minacciosa.
A livello percettivo il “muro” è una figura segregata: la luce che viene bloccata e filtrata dalla concretezza della costruzione. Il “muro” dà una definizione netta al panorama rendendo ben distinto il muro dallo sfondo e trasformando questa differenza in “confine”.
La minaccia da cui il “muro” protegge è il più delle volte reale (quella percepita dai nostri sensi). Il “confine” protegge da una minaccia più profonda e che si annida nei nostri processi di conoscenza.

Creiamo “confini” per gestire a livello cognitivo l’”angoscia” di ciò che non siamo in grado di distinguere, di sconosciuto e di infinitamente possibile.
L’”angoscia” è quella che il filosofo esistenzialista Soren Kierkegaard riconosce come “l’unico stato mentale che non è caratterizzato da intenzionalità”. Qualcosa su cui non abbiamo consapevole governo.

Il “muro” è eliminabile, ma il “confine”, non è eliminabile. Il “confine” si può spostare. Questo però richiede una diversa visione, una visione alternativa sia cognitiva che percettiva oltre che, il più delle volte collettiva.
Pensate quanto il Muro di Berlino ha contribuito a ridurre, pur non cancellandola, l’angoscia prodotta dal comunismo! Il confine si è spostato, ma non si è eliminato.
Il “confine” più che “muro” è “margine, è una “soglia” che segna quanto una civiltà riesce a gestire le proprie angosce.

Il campo delle relazioni in movimento: una pratica di libertà nello spazio

Il “progresso” di una civiltà determina il “confine”, ma il confine rafforza la stessa idea di progresso. “Progresso” e “confine” si auto-alimentano, ma in quali direzioni???

Le tracce sul terreno, come lo sono i “muri”, generano altre tracce che sopravvivono ai “muri”.

Le “tracce” sono quei movimenti di persone che sono entrati in contatto con quei “confini” e che sono state reindirizzate dalla “chiusura” esercitata dal muro.
Le tracce raccontano “divisione”: non si deve attraversare! Keep out!

La divisione tra attraversamenti legittimi permessi se e solo se si risponde a certe condizioni e gli attraversamenti illegali (pare che siano a quasi il 90%) regolati il più delle volte economicamente con denaro o debito da restituire attraverso prestazioni di diversa natura e con diversi effetti sulla dignità della persona.
Altre tracce indicano “biforcazione”: il “confine” invece che interrompere il movimento lo fa circolare per poi ricondurlo ad una divisione. Chi non passa cerca un’altra strada per attraversare, fin tanto che ne ha possibilità.

L’espressione del movimento di persone e relazioni racconta un processo ed un moto “circolare” che tende ad autoalimentarsi sempre per “divisione” e “sottrazione”.
Tutto questo fa riflettere soprattutto quando ci si trova di fronte alle migrazioni forzate dalle guerre, dagli eventi naturali e dal cambiamento climatico.
L’arte sta dando un aiuto al nostro sguardo spostando l’attenzione dal “confine” al “movimento” ed amplificando la nostra visione.

La Border Art, che è “eseguita da, su e a proposito dei confini geo-politici e concettuali” ci aiuta a dare una diversa attenzione.
La “ficcante” opera Political Equator (2020) di Fonna Forman e Teddy Cruz ci aiuta a vedere come stiamo spostando i confini attraverso il movimento. In un unico parallelo immaginario tra il 38° e il 30° parallelo si condensano i passaggi e le frizioni della globalizzazione contemporanea e poco più sotto il nostro equatore climatico.
https://www.youtube.com/watch?v=-y6qj_oux5s

E’ un’opera d’arte e una pratica di libertà tra “confini” interiori ed esteriori e loro “spostamenti”. Dall’opera emerge almeno una domanda di presente e futuro: E’ ciò che voglio?

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