
Sogno Ischitano
Ho incontrato ieri una coppia napoletana di persone grandi di età: soliti amici di amici che ti ritrovi tra i piedi per una cenetta alla buona, senza impegno. Ok, si va.
Lui una ottantina di anni, ex steward Alitalia, fisico asciutto verso il magretto, capelli ovviamente bianchi portati cortissimi, occhi azzurri, una stretta di mano seria: lei più piccolina, età simile, capelli cotonati di vecchia foggia e si dichiara napoletana verace.
Solito copione: non siamo più ragazzini, problemi coi figli per non parlare di generi e nuore, per fortuna che ci sono i nipoti anche se stanno incollati al cellulare, piccola carrellata sanitaria ma per fortuna senza troppi approfondimenti specialistici, un paio di mezze frasi allusive della parte maschile circa le angherie subite ad opera della parte femminile buttate lì con nonchalance, un po’ cercando di non farsi sentire ma con la precisa volontà di essere notati dal gruppo e soprattutto convinti di aver fatto una battuta originale. D’altronde quando non c’è effettiva e consolidata amicizia con la relativa complicità, questa fase della conversazione è l’unica praticabile. Non poteva mancare una spolverata di politica partendo per ovvie ragioni da quella estera dove è molto più semplice tenersi sul vago senza dover subito mettere le carte in tavola: una guerra senza senso, le sanzioni funzionano poco, risentiremo tutti di questa crisi, dispiace soprattutto per i nostri nipoti, speriamo che l’economia non sprofondi…
Finalmente si giunge alla politica interna e si dà inizio ad un elegante balletto di mezze frasi, allusioni ammiccanti in cui ognuno cerca di capire la posizione degli altri per potersi muovere con una melliflua dose di leggerezza che non offenda gli altri; cosa che di certo non è necessaria con gli amici veri. Messe le carte in tavola, la chiacchierata finalmente procede più sciolta su argomenti meno impegnativi: cibo, vino, ristoranti, cinema, esperienze di lavoro e viaggi. E’ a questo punto che mi sono accorto che stavo entrando in una specie di sogno, mi pareva di essere in una piccola sala di teatro in cui, su una pedana di legno, era disposto un piccolo tavolo con un paio di sedie ordinarie e su una di queste sedeva Eduardo. Si, Eduardo de Filippo in camicia, come al solito un po’ stropicciata e con uno dei due pizzi del colletto rivolto all’insù, con la cravatta lenta, sottile e inopportunamente nera ma era proprio lui. Stava parlando tranquillo e composto rivolto ad immaginari interlocutori che io non riuscivo a vedere.
L’amico dell’amico mi parlava guardandomi con attenzione e fissandomi con quei due occhi azzurri appoggiati sopra due zigomi sporgenti che a loro volta si affacciavano sulle gote scavate che erano ormai divenute un segno distintivo di Eduardo. Le labbra sottili cercavano quasi di nascondersi sotto il naso affilato e non insignificante ma si muovevano con grande rapidità nel chiacchiericcio. Le mani completavano l’opera di simulazione onirica che si stava compiendo nella mia mente: le dita lunghe ed asciutte, senza alcun segno di vecchiaia, e le unghie, assolutamente ben curate ma con quel taglio a punta che tradiva in maniera inequivocabile l’età della persona, saltellavano davanti a me in un balletto pieno di significati oppure si accasciavano sulla sua testa nel tentativo vano di ravviare capelli che ormai non c’erano più. Il sogno era sempre più coinvolgente, “Eduardo” mi parlava di una visita in una enoteca, cercava di ricordare il nome di quel vino bianco che lo aveva intrigato ma io sentivo, in realtà credevo di sentire, solo parole di commedie di Eduardo.
Facevo fatica a distinguere tra Eduardo sulla pedana del piccolo teatro e “Eduardo” davanti a me.
Non era solo la mimica, la fisionomia ma anche il timbro della voce che mi stavano coinvolgendo in questa strana situazione, certo un bel contributo lo dava il timbro della voce: basso, appena appena roco ma poi d’improvviso acuto e penetrante a seconda della situazione o del destinatario delle parole. Le parole, il vero biglietto da visita dei due Eduardo, lo strumento con cui avevano il potere su chi ascoltava. Per chi le conosceva c’era la gradevole sensazione di coinvolgimento, per chi, come me non le conosceva, c’era lo stupore della novità, della originalità. Infatti puntuale come un orologio, arrivò anche quella sera:
«…anda’ a auseme…» (mi fido del mio istinto, del mio naso). Come suona bene auseme il mio sesto senso, la mia capacità di intuizione: una sola parola.
Chi l’ha detta questa parola? Eduardo dalla pedana ai suoi spettatori immaginari oppure “Eduardo” l’amico dell’amico? Non lo so ma di certo ero io l’unico spettatore in quella piccola sala di teatro a godermi la serata e quando, finita la cena, ci siamo alzati per uscire dal ristorante e stavo per salutare l’amico dell’amico, ho dovuto sforzarmi per non applaudire ancora una volta Eduardo.



