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Fast fashion: effetti collaterali

Tempo di lettura: 3 minuti

Negli ultimi anni acquistando capi di abbigliamento nuovi e guardando quelli che già possedevo mi sono resa conto di quanto siano pochi quei vestiti fatti da tessuti naturali al 100% e realizzati da aziende locali: si possono contare davvero sulle dita di una mano. Ho cominciato a riflettere su questo tema già da qualche anno, seguendo in televisione programmi d’inchiesta in cui i giornalisti divulgavano informazioni sulla produzione dei capi che indossiamo ogni giorno. Attraverso questi canali ho conosciuto che cosa si nasconde dietro ad aziende molto in voga tra i più giovani come Shein e Temu: sfruttamento lavorativo, salari estremamente bassi, lavoro minorile, utilizzo di materiali tossici ed inquinanti, condizioni ambientali molto sfavorevoli. Tutto questo va a giustificare il valore dei capi sul mercato che è molto basso.

Questo è il mondo della Fast Fashion detta anche “Moda Veloce”: un metodo che consente una disponibilità costante di nuovi stili a prezzi molto bassi, che ha portato ad un forte aumento della quantità di indumenti prodotti, utilizzati e poi scartati. Qui ciò che conta è solo il guadagno economico mentre il benessere, la tutela dei lavoratori e la salute delle persone passa in secondo piano. Ciò ha attivato un circolo vizioso di consumismo: più un capo costa poco, più è richiesto; più è richiesto e più viene fatto con velocità e poca attenzione; di conseguenza essendo di bassa qualità tali prodotti si rompono o si rovinano facilmente ed in breve tempo, per cui vengono buttati via per attivare da capo il ciclo. La grande domanda di prodotti richiede molta manodopera ma i guadagni finiscono nelle tasche dei vertici delle aziende, mentre agli operai non restano che poche briciole. Le aziende di fast fashion si trovano ormai in tutto il mondo ma in particolare in Bangladesh, Vietnam, Cambogia, Cina, Pakistan dove non ci sono leggi che tutelano i lavoratori e le composizioni chimiche dei prodotti.

Discarica tessile nel deserto di Atacama, Cile – Foto Green Peace

L’agenzia Europea dell’ambiente ha constatato che nel 2022 il consumo tessile pro capite nell’UE ha richiesto in media 323 m² di suolo, 12 m² di acqua e 523 kg di materie prime, causando l’equivalente di 355 kg di emissioni di CO₂. Ma l’inquinamento generato dalla produzione di abbigliamento ha un impatto devastante anche sulla salute delle persone locali, degli animali e degli ecosistemi dove si trovano le fabbriche.

Già dal 2022 l’associazione Green Peace indaga la presenza di sostanze chimiche sui capi di Shein attraverso laboratori indipendenti. Ciò che emerge dai loro studi è davvero grave: il 32% dei capi analizzati contiene sostanze pericolose oltre i limiti imposti dal Regolamento Europeo per le sostanze chimiche (REACH). Di particolare impatto sono i capi che contengono PFAS ovvero sostanze chimiche prodotte dall’uomo con proprietà idro e oleo – repellenti impiegati in numerosi ambiti lavorativi e prodotti grazie alla loro resistenza. Queste sostanze dette “inquinanti eterni” perché indistruttibili, se disperse nell’ambiente possono costituire un vero e proprio pericolo: andando ad inquinare le fonti d’acqua e le coltivazioni inevitabilmente vanno a intaccare il nostro corpo. Pensate che i PFAS sono stati trovati negli alimenti, nell’acqua potabile e nel sangue delle persone in molti comuni della regione Veneto. Le conseguenze sulla nostra salute e su quella dell’ambiente sono molteplici: il piombo può causare danni allo sviluppo cerebrale e ormonale dei bambini, il cadmio è cancerogeno, gli achilfenoli etossilati interferiscono con il sistema ormonale degli animali acquatici compromettendo la loro riproduzione.

Rifiuti tessili e plastici nella discarica di Dandora a Nairobi – Foto Green Peace

Confrontandomi con i miei coetanei che fanno uso di capi di Shein e Temu ho capito che alla base dei loro acquisti c’è il desiderio di avere sempre qualcosa di nuovo da indossare. Infatti, la ricerca della novità e del capo desiderato comprato a basso prezzo, attiva un bisogno che richiede di essere sempre soddisfatto. Le grandi aziende giocano proprio su questo meccanismo, soprattutto con le nuove generazioni dato che sono quelle più influenzabili e manipolabili. Questo mi porta a sostenere che per ridurre questa strategia di mercato e limitare gli impatti sulla salute e sull’ambiente occorrono interventi di contenimento e controllo degli Stati, ma soprattutto è necessario che le persone riscoprano modalità più sostenibili per la scelta dei propri acquisti e consapevoli dei meccanismi che è alla base dei loro desideri.

E voi siete pronti a farlo?

Fonti:
https://www.europarl.europa.eu/topics/it/article/20201208STO93327/l-impatto-della-produzione-e-dei-rifiuti-tessili-sull-ambiente-infografica#consumo-in-eccesso-di-risorse-naturali-0

www.greenpeace.org/italy

https://www.globalgrowthinsights.com/it/blog/fast-fashion-companies-511

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