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Mujō

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Il profumo dell’ incenso pervade la piccola chiesa di San Bartolomeo, gremita da chi ha voluto dare l’estremo saluto a SL. Non conosco nessuno tranne i coniugi “lampedusani” che me l’avevano presentata ma sono troppo impegnati a scambiare saluti e a dare spiegazioni per occuparsi di me, per cui mi trovo un posto defilato, in fondo alla navata, e incomincio a fare il gioco, che sempre faccio in queste occasioni, che consiste nell’immaginare il de cuius che assiste alla sua cerimonia.

Questa volta la vedo, con la sua faccetta antica ed intelligente, salutarmi seduta su una plafoniera che pende dalla volta della chiesa: sorride; sembra dire “ehi, amico, va tutto bene, è nell’ordine delle cose“.

Mi torna in mente un post letto su Facebook di come in Giappone il concetto di morte sia differente dal nostro: lì esiste una parola – “mujō”- che, letteralmente, significa “impermanenza”, “non-costanza”. Ciò che accade ora è unico e irripetibile, non si può calpestare due volte la stessa acqua. Quando incontriamo qualcuno dobbiamo tenere conto del fatto che questa potrebbe essere l’ultima volta che abbiamo l’opportunità di godere di quella persona.
È l’attimo che conta: i giapponesi fanno della fioritura degli alberi di ciliegio una specie di festa nazionale, ma questo accade perché è un evento che dura solo pochi giorni; se i ciliegi fiorissero tutto l’anno non interesserebbe a nessuno. Impermanenza: tutto passa, l’importante è esserci, in modo consapevole, mentre passa.

Ho salutato con la mano la mia amica mentre veniva trasportata fuori dalla chiesa, ho chiamato un taxi e me ne sono andato.

Il taxista, durante il tragitto, mi ha raccontato dei suoi amori passati: mujō

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